Omelie Vescovo

Omelia del Vescovo per la Messa in onore del Beato Nicola da Gesturi

Omelia per la Messa in onore del Beato Nicola da Gesturi

Cagliari, Santuario Sant’Ignazio da Laconi, 8 giugno 2024

Per prepararmi a questa santa celebrazione ho riletto le parole che San Giovanni Paolo II ha pronunciato in occasione della beatificazione di Fra Nicola da Gesturi, il 3 ottobre 1999. Lo chiamò, come era stato appellato dalla gente, «Frate silenzio». È una delle caratteristiche più significative del nostro beato, su cui vorrei fermarmi un attimo, caratteristica che mi è stata testimoniata, anche in questi giorni, da una delle suore con cui abito, che ha conosciuto fra Nicola in un quartiere di Cagliari, vedendolo passare con la borsa aperta senza dire una parola, però muovendo tutti. Tutti erano pronti ad accorrere, a mettere una monetina, ad affidare un’intenzione di preghiera, e lui guardava in silenzio, passava raccogliendo, mendicando.

Questa immagine mi colpisce perché spesso si parla, anche noi chierici lo facciamo, circa l’incidenza della Chiesa e della sua missione nel mondo d’oggi. Rincorriamo come delle sirene che vogliono convincerci che per incidere di più dobbiamo creare “effetti speciali”, trovare parole nuove, capaci di colpire la fantasia degli uomini, e così parliamo, parliamo, parliamo, finendo per affermare noi stessi, quanto siamo bravi, quanto siamo capaci di dire. Con questo non voglio sminuire il valore della parola, la parola è anche una missione: io devo parlare, adesso devo parlare, mi piacerebbe ascoltare… ma no, anche parlare è una missione. La vera questione è il motivo per cui lo facciamo e davanti a Chi lo facciamo. Di cosa è segno il silenzio e di quale amore è espressione la parola? L’immagine di un frate che muove tutto il mercato di San Benedetto, così mi veniva detto, con la sua pura presenza colpisce. Diceva il Papa – e impariamo anche da lui, santo – che «si presentava con un atteggiamento che era più eloquente delle parole».

Ma anche San Francesco, di cui fra Nicola è figlio, esortava i frati ad andare nel mondo con questa consegna: «Predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole». La parola serve se spiega la vita, altrimenti segna una ipocrisia, una contraddizione tra la vita e le parole che vorrebbero annunciarne il valore. Ancora il Papa: «Liberato dal superfluo e alla ricerca dell’essenziale [è l’essenziale di cui parla anche il Vangelo: Ciò che non invecchia, ciò che i ladri non possono rubare, ciò che la tignola non consuma (cf. Mt 6,19). L’essenziale è l’eterno, ciò che non passa, ciò che vive per sempre] non si lasciava distrarre dalle cose inutili e dannose, volendo essere testimonianza della presenza del Verbo Incarnato accanto ad ogni uomo». Ecco il paradosso cristiano: testimoniava Dio nel suo silenzio e tutti sentivano presente – ci sono delle testimonianze stupende della presenza di fra Nicola durante la guerra -, tutti lo sentivano vicino proprio perché mendicava Dio, perché cercava Dio.

Chi si avvicina davvero a Dio diventa prossimo di suo fratello. Per Giovanni Paolo II l’esempio del Beato Nicola sottolinea «l’urgenza di recuperare la capacità del silenzio e dell’ascolto, affinché tutta la vita divenga un “cantico” di lode a Dio e di servizio verso i fratelli». Ebbene, cari amici, dobbiamo invocare da Dio questa grazia, di saper recuperare la capacità di rinunciare al superfluo per stare davanti all’essenziale, e l’essenziale è Dio, è l’Eterno. Cosicché il silenzio non sia più una semplice posizione umana, dovuta al carattere o alla riflessività, ma la reazione di fronte a qualcosa di assolutamente grande e meraviglioso, proprio come davanti a un bambino che dorme, a una nascita, a un bel tramonto: il silenzio è l’atteggiamento di chi fa spazio ad un altro. Il vero silenzio non è l’espressione del nulla, è lo spazio in cui un altro viene affermato come la ragione della nostra vita, della nostra adorazione, della nostra ricerca.

Il nostro silenzio fa spazio all’Altro che è Dio. Come nella Trinità: lo Spirito ricorda ciò che Gesù ha fatto, Gesù parla del Padre, il Padre chiede di ascoltare il Figlio. Come si chiama questo essere l’uno per l’altro se non amore? L’amore è vivere per un altro. Vivere per un altro, non affermare se stessi. Tutta la nostra vita può muovere quella degli altri nella misura in cui guarda Gesù Cristo e fa spazio alla sua presenza. Piace immaginare la presenza mendicante di Fra Nicola come lo spazio umano in cui lo stesso Verbo di Dio attraversava le strade di Cagliari e si faceva prossimo agli uomini, aiutando anch’essi a condividere nella carità e a cercare l’essenziale recuperando le preghiere di tutti, di tutti, per affidarle al Signore. Allo stesso modo, anche noi, la Chiesa tutta, recupererà la capacità di essere incidente davvero nella storia, non perché deve affermare un progetto di potere, ma perché capace di toccare le corde più importanti del cuore dell’uomo, e solo Dio può toccare quelle corde. Il nostro servizio a Dio è lasciare che Egli parli al cuore degli uomini.

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