Omelie Vescovo

Omelia del Vescovo per la celebrazione della passione del Signore

15 aprile 2022. Venerdì Santo – Celebrazione della Passione del Signore

Cattedrale di Cagliari

«Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). In questo momento, i credenti di tutto il mondo volgono lo sguardo al crocifisso, nel quale convergono la verità dell’uomo e il mistero di Dio. Possiamo immaginare con quanta ansia e intensità di preghiera lo fa il popolo cristiano in Ucraina, e in tutte le parti del mondo nei quali c’è guerra e persecuzione.

«Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe» (Sal 24,6). Chi cerca il volto di Dio deve saper contemplare il crocifisso. Anche i non credenti lo guardano in modo inquieto, come lo scrittore J. L. Borges che scrive del volto di Gesù in croce: «Non lo vedo, e insisterò a cercarlo fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra». Cari fratelli, tutti noi siamo attratti a cercare, fino all’ultimo passo della vita, quel volto, oscurando il quale non siamo più liberi ma più disperati. Se gli impediamo di guardarci restiamo prigionieri della solitudine ultima, quella della morte.

Possiamo riconciliarci con la vita e la nostra storia, con gli altri e il destino, guardando, o meglio, come dice il canto, lasciandoci guardare da Gesù in croce. È il volto della misericordia del Padre. Per vivere seriamente questo momento è necessario che tutta la nostra esperienza umana sia considerata, bella e brutta, di generosità e peccaminosità, tutta accolta e messa davanti al crocifisso. La pace e la guerra, l’orrore e la gioia. Occorre, davanti a questo misterioso sguardo, essere nudi, senza alibi e senza maschere. Non abbiamo bisogno, per essere amati e compresi, di nasconderci. Fin dal momento del peccato originale, l’uomo si è nascosto da Dio per paura: «ho udito la tua voce […] e ho avuto paura perché ero nudo, e mi sono nascosto» (Gn 3,10). Forse l’uomo cerca di sottrarsi allo sguardo di Dio per potersi abbandonare alla disperazione. Ci nascondiamo per paura e vergogna dietro gli altri, o a ideologie, e talvolta dietro ad una certa immagine di noi stessi.

Non c’è motivo di aver paura. «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno» (Eb 4,16). Ora tutto deve essere svelato con fiducia agli occhi del Padre misericordioso, soprattutto il nostro male, che implora salvezza. Diceva Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) che «dalla ripugnanza al peccato nasce l’insuperabile amore per i peccatori. Cristo è venuto a strappare i peccatori al peccato e a ristabilire nelle anime dissacrate l’immagine divina. […] Egli cerca la compagnia dei peccatori per prendere su di sé tutti i peccati del mondo e portarli sul legno di maledizione, cioè sulla croce, che diventa così legno di vittoria». Preghiamo come Disma, il buon ladrone: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). La vera domanda non è un grido all’ignoto, ma lo sguardo a Gesù Cristo che dà la vita per noi.

Dal crocifisso impariamo la nostra vera grandezza. La creatura ritrova se stessa nell’esperienza dell’amore: «Quale valore deve avere l’uomo davanti agli occhi del Creatore se “ha meritato di avere un tanto nobile e grande Redentore”, se “Dio ha dato il suo Figlio”, affinché egli, l’uomo, “non muoia, ma abbia la vita eterna”» (Redemptor Hominis, n. 10). Quanto abbiamo ascoltato nella Passione è per me! Per noi! Se il peccato è sempre un “darsi via”, un disperdersi non credendo nel proprio valore, l’esperienza della misericordia permette all’uomo un “ritorno in sé” (Lc 15,17), pieno di stupore per la propria dignità. Sì, è l’amore di Cristo manifestato sulla croce a manifestare il grande valore dell’uomo. Quanto ingiusta, per questo, è la guerra in ogni sua variante. E ogni violenza o volontà di dominio sull’altro.

Guardando la croce comprendiamo che la vocazione del cristiano è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, di chi ci conosce, conosce i nostri tradimenti e ci vuole bene lo stesso, ci abbraccia, ci chiama di nuovo con speranza e ci attende. Muore per noi. Questa grande misericordia può fare di Pietro, di colui che rinnega, un evangelizzatore. Di lui dice Sant’Agostino: «All’ora fissata, la debolezza si trovò nella confusione perché fosse bandita la presunzione, non perché venisse meno l’amore […]. Il Signore lo guardò non col corpo, ma in maestà; non con la vista propria degli occhi di carne, ma con suprema misericordia. Egli che già aveva nascosto il volto lo guardò e quello fu reso libero. Per conseguenza, se il Redentore non avesse posato lo sguardo su di lui, il presuntuoso sarebbe perito. Ed ecco, purificato dalle proprie lacrime, afferrato e salvato, Pietro evangelizza. Porta l’annunzio colui che aveva rinnegato: credono coloro che si erano smarriti». Pietro, uomo debole e peccatore (cf. Lc 5,8), viene scelto come roccia della Chiesa proprio perché sia manifesto che la salvezza è soltanto di Cristo e non il risultato delle forze umane. La fragilità umana diventa così segno della verità delle promesse di Dio e della sua misericordia. Proprio perché cadiamo e siamo richiamati con amare dal Signore, possiamo annunciare che la sua misericordia è più grande del nostro male.

Questa fragilità redenta rappresenta bene il mistero della Chiesa, luogo di perdono e di rinascita. Non siamo la comunità dei perfetti ma la comunità di coloro che sono tenuti insieme dall’amore e dal perdono. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. La missione della Chiesa è lasciare che si manifesti al mondo la grande misericordia di Dio.

Pregheremo per la pace. Ancora Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) scriveva, nella festa dell’esaltazione della croce del 1940, che per ottenere la pace occorre pregare con il nome di Gesù sulle labbra, e nello spirito, e per la gloria del Padre: «Quando Dio avrà un potere illimitato sul nostro cuore, noi pure avremo un potere illimitato sul suo».

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