Omelie Vescovo

Primi Vespri nel “Transito di S. Francesco”. Omelia dell’Arcivescovo

Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, 3 ottobre 2021.

Quando irrompe la morte nella nostra vita, si crea sempre un momento di silenzio. È un silenzio che dice la sua forza sconvolgente, il suo enigma profondo. Di fronte alla morte – diceva San Agostino – diventiamo domanda a noi stessi, domanda alla quale solo Dio può rispondere, della quale solo Dio è risposta. Francesco la chiama sorella, «sora nostra morte corporale». Egli, il «felice viandante» (Vita seconda, 165), come lo appella Tommaso da Celano, muore cantando, «volando felicemente a Dio» (Ib., 217). Ha camminato felicemente e felicemente compie l’ultimo passo, quello definitivo. Non è la felicità di un’emozione senza ragioni e senza sacrifici, ma è la letizia della speranza cristiana, è la gioia dell’amante che finalmente può unirsi all’Amato per il quale è stato creato. Nessun’altro scopo, bellezza o dolcezza può saziare il cuore umano di una felicità così intensa. È la felicità di chi ama e che non ha altra ragione di vita e di morte che la presenza e la promessa della persona amata. «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 3.7). Il cristiano muore per la stessa ragione, muore per lo stesso amore per il quale ha vissuto.

Quando tutto era iniziato, a San Damiano, Francesco aveva sentito il crocifisso inviarlo a riparare la chiesa, e da quel momento «il suo cuore si struggeva, come ferito, al ricordo della passione del Signore» (Leggenda dei tre Compagni, n. 14). E quando il Signore gli ha fatto dono di fratelli, egli li inviò al mondo: «Dio, nella sua misericordia, ci ha chiamati non solo per la nostra salvezza, ma anche per quella di molti altri. Andiamo dunque per il mondo, esortando tutti, con l’esempio più che con le parole» (Ib., n. 36).

Possiamo adesso con stupore contemplare cosa è nato dalla dolce ferita di quella memoria, per la missione e la vita della chiesa, per la dignità dei poveri e di coloro che non hanno nessuno, per l’arte, per l’economia, per tutta l’umanità. Questo flusso di novità e rigenerazione non è stato progettato a tavolino da un gruppo di esperti, è sgorgato da un cuore infiammato, dalla gioia dell’incontro con Cristo e dalla continua memoria del suo amore estremo, della morte in croce.

Scrive San Bonaventura: «Con imitazione perfetta, [San Francesco] si studiò di essere conforme, da vivo al Cristo vivente; in morte, al Cristo morente e, morto, al Cristo morto, e meritò l’onore di portare nel proprio corpo l’immagine di Cristo visibilmente» (Leggenda maggiore, 12,4). La Chiesa è rigenerata, continuamente edificata e riparata, dall’amore con cui uomini e donne diventano conformi a Cristo, quasi una sua immagine viva, in famiglia come nell’amicizia, nella società e nella professione. Di questa novità, di questa freschezza e di questo ardore ha ancora bisogno la Chiesa oggi, il mondo e la nostra Italia. Serve uno slancio, l’immaginazione di un nuovo futuro di solidarietà e giustizia, di amore e verità. Abbiamo bisogno di inventiva e creatività e dell’azione concorde di tutti.

«Io sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,19-20). Non più io, ma Cristo vive in me. Così confessa Paolo, così ci testimonia Francesco. E poi Bonaventura e quindi una schiera innumerevole di uomini e donne di fede, fino a noi. Molti di questi testimoni hanno segnato la nostra vita. Adesso, in questo tornante confuso e inquieto ma anche meraviglioso e straordinario della storia, nel nostro oggi tocca a noi. Tocca a me e a te. Rispondiamo con semplice radicalità a Cristo e andiamo verso gli uomini chiedendo la grazia di poterne riflettere l’immagine, almeno un po’ della sua luce di verità e del calore della sua misericordia. Così la Chiesa si edifica e si ripara: conformandoci a Cristo, andando verso gli uomini servendo la storia dei nostri fratelli.

Rendiamo visibile, nella nostra esistenza, pur piccola, l’essenziale di Dio. Questo è il compito: rendere visibile l’essenziale di Dio. Non c’è nulla di più grande per cui vivere, nulla di più grande per cui felicemente morire.

Possiamo negare al Signore il nostro eccomi?

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