Omelie

Festa di S. Efisio patrono della diocesi. Omelia dell’Arcivescovo

Solennità di Sant’Efisio
Patrono dell’Arcidiocesi di Cagliari

Parrocchia di Sant’Anna, 15 gennaio 2021

1. Durante la terribile persecuzione ordinata dall’imperatore Diocleziano (definita non a caso la “grande persecuzione”), il giovane Efisio trovò la morte, e soprattutto la gioia della conversione, la fecondità dell’annuncio cristiano, ciò che la Passione del martire chiama la “corona della vita” insieme alla “palma del martirio” e alla “gloria del paradiso”. La difficoltà storica, addirittura l’odio e la persecuzione, divengono per lui strada di un cammino arduo ma buono: fa l’esperienza di Dio e della comunione con il popolo. Nell’amore di Dio, del quale abbiamo sentito nella seconda lettura, davvero la difficoltà che si incontra non è obiezione ma strada.

La Passione di Sant’Efisio narra che nel momento della morte egli si rivolse a Dio supplicandolo di difendere il popolo di Cagliari dalle invasioni, dalle malattie, dalla furia del mare come dalla fame e dalla peste. Pregheremo di nuovo fra poco perché siamo liberati dall’angustia del contagio e per la nostra fede.

2. Un anno fa non ci saremmo davvero aspettati di dover vivere un periodo così difficile, di paura e sofferenza. Abbiamo fatto l’esperienza di un grave imprevisto, abbiamo compreso drammaticamente che non siamo i padroni della vita e che la storia è sempre esposta a ciò che non si può prevedere, anche doloroso, che giunge (come questo brutto virus) a togliere il gusto e l’odore della vita, a togliere il respiro. Ci siamo scoperti fragili e vulnerabili, due condizioni proprie della nostra umanità finita, del nostro essere creatura. Il corpo è esposto alla corruzione, ma l’anima brama l’eterno: non vogliamo morire, vogliamo vivere, respirare, sentire i profumi della vita e il gusto delle cose. Abbiamo bisogno degli altri, del loro aiuto e del loro affetto. Sentiamo crescere la grande domanda di senso e l’interrogativo sul nostro destino.

La Chiesa si accosta agli uomini segnati dalla prova per ripetere le parole confortatrici di Gesù: «Non abbiate dunque paura… Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!» (Mt 10,26-31). Non abbiamo paura perché per Dio valiamo di più (anche di un virus), perché non siamo cose che passano, non siamo destinati ad essere inghiottiti dal nulla della morte. Noi valiamo tutto agli occhi di Dio. Valiamo di più! Il patriarca di Baghdad, Louis R. Sako, ha detto qualche anno fa: «La croce della nostra Chiesa caldea è una croce gloriosa. Nelle nostre chiese non si trova Cristo sulla croce, ma una croce senza Cristo. Per noi cristiani, così spesso perseguitati, è speranza di risurrezione. Gesù è risorto e noi avremo la stessa sorte. Non abbiamo paura!». Non abbiamo paura perché Cristo è vivo, e possiamo vivere con lui e in lui. È la nostra speranza.

3. La paura spinge a fuggire da un pericolo imminente e grave, ma d’altra parte non riesce da sola a ricostruire la convivenza. Serve la speranza non la paura. La speranza dona uno sguardo fiducioso sul futuro, capace di mobilitare energie per la lotta e il cambiamento. In una speranza condivisa nessuno può disertare, e siamo tutti impegnati a costruire un futuro più accogliente, una convivenza che si prenda cura dell’uomo, soprattutto del più debole e bisognoso d’aiuto. Anche questa è una urgenza. «Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza» (Francesco, Enc. Fratelli tutti, n. 33). La crisi spinge a ri-orientare il nostro cammino. E’ sempre un’occasione di discernimento e di nuova progettualità. La storia insegna che siamo stati capaci di concepire visioni grandi e innovative, e di impegnarci per la loro realizzazione, durante o all’indomani di grandi tragedie, come documenta il secondo dopoguerra in Italia e in Europa. Che mondo nascerà da questa pandemia? Che mondo stiamo costruendo? «Da una crisi – ha spesso ribadito il Papa – non si esce uguali a prima. La pandemia è una crisi. Da una crisi si esce o migliori o peggiori. Dobbiamo scegliere noi». Dipende da noi, dalle nostre visioni e dalle opzioni che sapremo compiere. L’azione di contenimento e superamento della pandemia deve saldarsi con lo sforzo di superare le criticità del passato, soprattutto le diseguaglianze che l’emergenza ha messo in risalto, per costruire un altro futuro. Stenta però a elevarsi una riflessione estesa e condivisa sulla forma e sulla qualità del mondo che vogliamo ri-edificare.

4. La Passione di Sant’Efisio narra che, nel carcere, il Signore risana le ferite del giovane e lo esorta: “Comportati da uomo forte ed il tuo cuore sia confortato”. La stessa parola è rivolta a questo nostro popolo di Cagliari: il tuo cuore sia confortato, non aver paura e sii forte. La corona della vita è data agli uomini forti, al popolo forte che non si vergogna di Cristo e che si prende cura delle persone più deboli, che accoglie la domanda di senso che è dentro la malattia e si fa vicino ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito. Sii forte ed il tuo cuore sia confortato!

5. I tempi della crisi sono tempi in cui gli uomini devono reimparare a guardare il volto dei santi, soprattutto quelli più vicini, nel quale risplende il volto di Dio. Guardando Sant’Efisio possiamo imparare di nuovo la vita di Dio come carità e tenerezza, e possiamo sentirne tutta la premura per la personale e unica esistenza (tu vali!) e per il bene del popolo. La Chiesa santa è sempre chiamata, soprattutto in questa circostanza storica, a rendere visibile il volto di Dio che si è rivelato in Cristo e a favorirne l’accoglienza lieta e riconoscente negli uomini. Allora possiamo ripetere davvero che il Signore non ci ha mai abbandonati e ha sempre camminato con noi, anche «nei giorni della tribolazione» (Sir 51,10).

 

 

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