Omelie

Messa esequiale di Mons. Antonio Vacca. Omelia dell’Arcivescovo

Basilica di Sant’Elena Imperatrice in Quartu Sant’Elena, 24 dicembre 2020

Santa Messa esequiale di S.E.R. Mons. Antonio Vacca, Vescovo emerito di Alghero-Bosa

 

Eccellenze Reverendissime,
sacerdoti e diaconi,
familiari di mons. Vacca,
cari fedeli,

si trova traccia, su Internet, di un’omelia di Sua Eccellenza Mons. Vacca, in occasione della commemorazione del 2 novembre 2005: egli esortava i fedeli riuniti nella cappella del Cimitero di Alghero a «non aver paura della morte», perché «celebrando i nostri defunti comprendiamo il vero senso della vita». Il vero senso della vita lo si riconosce a partire dalla sua fine, dal compimento di vita e di verità che si consuma in Dio. Il compimento finale getta luce sul senso del nostro cammino terreno. Il «senso» è la direzione verso la quale andiamo: dove si compie questo tragitto che compiamo tra gioie, speranze, traversie, sofferenze?

Noi, questa mattina, ribadiamo la nostra fede, quella che ci ha testimoniato mons. Vacca: la fede nella risurrezione, che è compimento definitivo del vivere.

Per quale vero senso ha vissuto mons Vacca lo dichiarava lui stesso congedandosi dalla diocesi di Alghero Bosa, il 29 settembre 2006, in occasione della festa di S. Michele, patrono di Alghero (giorno in cui fu resa nota l’accettazione della sua rinuncia: «In questi tredici anni ho cercato di amarvi con tutte le mie forze (…). Non ho avuto altra preoccupazione che non fosse il vostro bene (…) Ho cercato di condividere tristezze e difficoltà della vostra vita, sofferenze della convivenza pastorale. Ho sempre avuto il desiderio di essere utile alla comunità diocesana, pur nei tanti limiti e nelle deficienze del mio ministero episcopale. Per tutte le omissioni, mentre mi affido alla misericordia di Dio, chiedo perdono anche a voi».

«Ho cercato di amarvi con tutte le mie forze»: il vero senso della vita è nella dedizione di questo amore, che tutto consuma. Sembra di risentire quanto il Santo Padre ha appena scritto nella Lettera Apostolica Patris Corde, su San Giuseppe: «Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio». Nel sacerdozio è richiesta questo tipo di maturità, la maturità del dono di sé, perché altrimenti l’amore sarebbe solo un sentimento troppo fragile. Per questa dedizione, per questo vero senso del vivere un amore che si compie, nella visione del volto mite di Cristo e nell’abbraccio senza misura del Padre, noi oggi rendiamo grazie a Dio per la vita di Sua Eccellenza Mons. Vacca.

Lo ringrazia la diocesi di Alghero Bosa, della quale era vescovo emerito; lo fa’ l’Arcidiocesi di di Cagliari, che lo ha avuto docente e vice rettore nel Seminario Arcivescovile, poi viceparroco nella comunità di S. Ambrogio a Monserrato, parroco a N.S. delle Grazie a Sestu e alla B.V. del Rimedio in San Lucifero, a Cagliari. Fu eletto alla sede di Alghero-Bosa il 18 febbraio 1993, della quale divenne emerito 29 settembre 2006.

La maturità dell’amore: è questo che chiediamo per noi sacerdoti ed è ciò che ci ha testimoniato Sua Eccellenza. La maturità dell’amore è il dono di sé, che per un sacerdote significa essere profeta, secondo l’intensità della figura attenta del Vangelo. Chi annuncia il Vangelo, chi promuove la santità degli uomini, edifica la comunione ecclesiale, testimonia e incarna il servizio di carità di Cristo. Come Giovanni Battista, sostenne l’attesa del Redentore e indicò la Sua presenza nel mondo, così il sacerdote sostiene la speranza del suo popolo, per indicare presente Colui in cui tutto si compie.

«Sono venuto in mezzo a voi per predicare il Vangelo (…) Sono venuto per servire», così disse il Vescovo Vacca nell’omelia citata, che si concludeva in questo modo: «lasciate che esprima il sentimento che manterrò sempre nel cuore, quello della gratitudine». Così si esprime la maturità dell’amore: con una gratitudine lieta, accogliente, cordiale. Noi ne abbiamo visto in mons. Vacca il tratto, incontrandolo anche in questi mesi. Il senso profondo di questa gratitudine è la certezza della «tenerezza e misericordia del nostro Dio», cantate da Zaccaria. L’uomo grato è l’uomo certo di questa misericordia, della tenerezza di Dio. È la gioia di sapersi amati e scoprirsi capaci di amare. Anche sapersi capace di amare è pura grazia.

Adesso consegniamo il nostro fratello e vescovo Antonio alla Misericordia del Padre perché possa godere per sempre della luce di quel «sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

Per lui sia la luce e pace senza fine, nell’abbraccio del Padre.

Per chi si addolora per il distacco, in particolare la cara sorella chiediamo la consolazione della fede, la lieta speranza della risurrezione.

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