12 Marzo 2020Covid19, Messaggi, Vescovo

La diffusione del coronavirus sta trasformando le nostre vite,modificando non solo le abitudini quotidiane ma soprattutto la percezione del vivere sociale. È un momento di crisi ma anche un “momento cruciale”, nel quale si intrecciano sentimenti e passioni che trovano eco nel cuore dei discepoli di Cristo. La Conferenza Episcopale Italiana ha descritto quello attuale come un tempo di “enorme responsabilità”, che richiede realismo e cautela, ma anche fiducia e speranza.

Siamo interessati a conoscere i dati aggiornati dell’emergenza: il numero dei contagiati, dei defunti, dei guariti e le misure di prevenzione e contenimento che il governo e le regioni man mano integrano e aggiornano.Parliamo continuamente di tutto questo, ma proprio questo non basta. I dati, infatti, da soli, possono suscitare sentimenti contraddittori: paura o fiducia, solitudine o solidarietà, fastidio o partecipazione. Nell’Angelus di domenica scorsa Papa Francesco ha esortato tutti a dare «un senso evangelico anche a questo momento di prova e di dolore». Il Papa pone il problema del “senso”(conoscenza profonda dei fatti e direzione del cammino) per aiutarci a guardare l’emergenza di questi giorni con lo sguardo della fede nel Signore.

Avere uno sguardo di fede significa percepire dentro questa circostanza la presenza consolante del Risorto e l’appello per il compito di ciascuno. È anzitutto l’appello a suscitare e accompagnare la domanda sull’esistenza di una ragione di vita più forte di ogni paura e di ogni brutta possibilità. Il regista Fabio Sonzogni ha scritto: «Perché non approfittare di questo tempo sospeso per provare a cercare il senso in ogni cosa?». In questa nuova esperienza di fragilità, ci si interroga sul senso ultimo del vivere e sulle ragioni della convivenza tra gli uomini. È poi l’appello a sfidare ogni forma di indifferenza individualistica e a lasciarsi muovere a compassione per la sofferenza e il disagio degli altri. Guardiamo con ammirazione a gratitudine, come a luci nella nebbia,agli esempi di generosa dedizione degli operatori della sanità e dei custodi del bene pubblico, dei sacerdoti, pronti a incontrare chi vuol condividere la propria fatica, dei volontari della carità che si preoccupano dei più poveri, dei senza tetto, dei disoccupati e delle persone sole. Ciascuno è custode del bene dell’altro e insieme siamo chiamati a «portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 6, 2). Questa emergenza, inoltre, è una grande lezione di convivenza: stiamo imparando che le scelte individuali e il destino degli altri e della società sono fortemente correlati. Questa mutua implicazione tra bene personale e bene comune, tra scelte personali e scelte collettive, fa di un aggregato di persone un vero popolo, concorde e solidale, aperto al futuro e creativo. Il nostro popolo, per reggere l’urto dell’epidemia e per costruire il futuro, ha adesso bisogno di grandi energie spirituali e morali.È compito della Chiesa dialogare con questo bisogno continuando ad offrire, con umiltà e profonda convinzione, il suo unico tesoro:la fede nel Signore Risorto e l’esperienza di un amore che si incarna in gesti di amicizia e prossimità: compagnia alle persone fragili, balsamo per le ferite di chi soffre, fiducia e speranza per chi è smarrito.

L’impedimento alla celebrazione della Santa Messa con concorso di fedeli, deciso dal governo, rende più urgente che diveniamo noi stessi “memoriale” del “Dio vicino”, segno credibile della carità Cristo per gli uomini.