
In vista della festa di Sant’Efisio, nello scioglimento del voto dall’1 al 4 maggio, l’Arcivescovo propone una riflessione che aiuta a cogliere il significato profondo di questa celebrazione.
Al centro, una domanda semplice e decisiva: «Noi chi festeggiamo?». La risposta mette subito in luce il tratto distintivo della figura del Santo: «un guerriero, ma un guerriero che rinuncia a combattere, un guerriero che preferisce donare la vita piuttosto che togliere la vita degli altri».
Una scelta radicale, che nel contesto storico delle persecuzioni appare incomprensibile: «gli imperatori non potevano ammettere che dentro l’esercito vi fossero persone capaci di amare piuttosto che uccidere». Per questo, osserva l’Arcivescovo, dal punto di vista storico Efisio è un perdente: «muore perché gli è tolta la vita».
Eppure, nella fede, la prospettiva si rovescia: «noi sappiamo che egli è un valoroso protettore perché, unito a Cristo, quell’amore più grande che dà la vita porta frutto». Il primo frutto è la comunione: «la rottura della solitudine, cioè la creazione di un popolo», un popolo che crede nella vita, nella pace e nella libertà.
È qui che emerge il cuore della fede cristiana, definito dall’Arcivescovo come un vero paradosso: «chi perde la propria vita la guadagnerà… il chicco di grano che muore porta molto frutto». Tornare all’essenza della fede significa riconoscere proprio questo dinamismo.
La festa si esprime poi nella processione, segno fortemente simbolico: «le processioni attraversano i centri abitati», a differenza di una logica che tende ad aggirare la complessità della vita. È il segno di una Chiesa che «vuole attraversare la vita degli uomini, le piazze, le strade», fermandosi nei luoghi dove si costruiscono relazioni, anche dentro il conflitto.
Un altro elemento significativo è la partecipazione del popolo, degli abiti della tradizione: «ciascuno coglie questo retaggio antico e vi pone il segno della propria creatività personale», in un intreccio tra memoria e presente.
Infine, il passaggio a Nora, «ai margini della terra», diventa luogo simbolico da cui ascoltare il grido del mondo: «il grido di tanti giovani che muoiono nei campi di battaglia, di tante violenze che si consumano nel Mediterraneo». A questa realtà si contrappone un’altra forza: «un altro fuoco, quello della fede, quello dell’amore… della pace che solo Cristo risorto può dare».
Una riflessione che invita a vivere la festa non solo come tradizione, ma come annuncio e responsabilità, dentro la storia concreta degli uomini.
