La Chiesa non teme il mondo: l’Arcivescovo richiama alla pace e alla responsabilità delle coscienze

Nel contesto attuale segnato da tensioni internazionali e da nuove polemiche che coinvolgono la Chiesa, l’Arcivescovo propone una riflessione sul senso autentico della sua presenza nella storia.

«La polemica innescata dal presidente americano Trump e dal suo vice Vance contro il Papa e la Chiesa cattolica ci aiuta però a capire paradossalmente alcuni elementi di fondo». Al centro sta la natura stessa della missione ecclesiale, che non può essere ridotta a una dinamica politica:
«Il Papa risponde: io non sono un politico e quindi non entro in polemica diretta. È un modo di dire che la Chiesa attraversa la storia con il mandato del Signore senza aver paura degli uomini».

Una posizione che segna una distanza netta rispetto a ogni logica di schieramento:
«Senza diventare parte di una dinamica politica che schiera alcuni contro altri. La grande tentazione è quella di voler ridurre la Chiesa a pronunciamenti astratti o funzionali a una logica di potere. Non aver paura significa affermare l’alterità della Chiesa e del messaggio cristiano rispetto ad ogni dinamica di potere».

Di fronte a una visione che tende a identificare la religione con una parte contro l’altra, la risposta della Chiesa è radicalmente diversa. Richiamando le parole del Papa, l’Arcivescovo evidenzia la radice profonda dei conflitti:«La dinamica della guerra è una dinamica che ha a che fare con l’idolatria di sé, del potere e del denaro, con una enfasi su se stessi… un delirio di onnipotenza. Chi si pensa come un assoluto ha bisogno o di complici o di strumenti e di nemici, tendente ad associare i primi e a reprimere gli altri».

In questo scenario, una parola limpida della Chiesa può risultare scomoda:
«Una posizione della Chiesa chiara e limpida può essere fastidiosa, ma non si tratta dell’espressione individuale di una persona stravagante… è proprio un pensiero, direi, di teologia politica». La risposta ecclesiale, però, non è ideologica ma evangelica: «Il Papa ha risposto che noi rispondiamo al messaggio: il messaggio della risurrezione, il messaggio della pace, e Cristo risorto annuncia la pace». «È una pace che si regge sulla giustizia e la dignità dell’uomo e su quell’amore che non esita a perdonare. È questo il nostro messaggio, quello con cui ci rivolgiamo agli uomini perché possano ascoltare il grido della loro coscienza».

L’Arcivescovo chiarisce anche il rapporto tra fede e vita sociale: «La Chiesa è vero che si deve parlare di morale, ma la morale, cioè l’amore a Dio e all’uomo, porta delle conseguenze politiche. Non può non comportare anche la declinazione di elementi della nostra socialità».

Alla base vi è l’annuncio di un Dio che unisce e non divide: «Noi affermiamo un Dio della pace, un Dio trascendente che tutti comprende… e che può essere motivo di una fraternità più grande della rivalità». Nel richiamare la recente veglia per la pace, emerge con forza l’intensità dell’appello del Papa: «Ha pregato Dio perché deponga le armi dalle mani dei potenti, perché suggerisca pensieri di pace. Ma ha pregato anche gli uomini. Il suo grido, “fermatevi, ascoltate i bambini”, è un grido rivolto agli uomini».

Una parola che interpella la responsabilità personale e comunitaria: «Il cristiano crede negli uomini, crede che nel fondo della loro coscienza c’è sempre un bene a cui possono attingere». Da qui nasce un compito affidato a tutti: «Ha incaricato tutti noi ad essere strumenti di pace, di riconciliazione, di accoglienza dell’altro, di guarigione di ferite». Uno sguardo che parte anche dalle ferite del presente: «Pensiamo a quante ferite, anche nella nostra società, sono prodotte dalla violenza, dall’incoscienza e dal disconoscimento del valore dell’altro».

E che si apre a una prospettiva di speranza: «Il futuro appartiene agli uomini di Dio, agli uomini della pace, a coloro che cercano la verità, la giustizia, la libertà, che sono disponibili al perdono». Parlare di pace, conclude l’Arcivescovo, non è evasione ma responsabilità: «Parlare di pace non è un ripiegamento intimistico né un’astrazione, significa parlare di vie di futuro, di strade possibili per una convivenza migliore». Un invito che interpella direttamente anche le comunità locali, chiamate a tradurre nella vita quotidiana l’annuncio della pace e della riconciliazione.

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