Omelia per l’Ordinazione presbiterale di don Enrico Muscas e don Leonardo Piras

Omelia per l’Ordinazione presbiterale di don Enrico Muscas e don Leonardo Piras
Cattedrale di Cagliari, Sabato 12 settembre 2026

Ger 1, 4-9
2Cor 4, 1-2.5-7
Gv 15, 9-17

 

Per questi due giovani, Don Enrico e don Leonardo, la santa Madre Chiesa mi ha appena chiesto l’ordinazione presbiterale. Sono giovani, e come è proprio di ogni giovane, sperano la gioia piena di cui ci ha parlato Gesù (cf. Gv 15,11). Che la vita, cioè, abbia un senso, uno scopo grande, intensità di verità e di amore. E fecondità, perché nessuno vuole essere inutile, passare la giornata terrena senza lasciare tracce di bene. Vogliono essere beati, felici. Se domandassimo ai loro genitori, penso che risponderebbero in modo analogo, confermando queste grandi speranze.

Quanto è grande Dio, come grande è il suo amore per riempire di sé la vita dei giovani e colmare l’abisso del loro cuore. “Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni” (Sl 90,14). Questa celebrazione sia anzitutto un atto di adorazione al nostro Signore Gesù Cristo che non smette di dar prova della propria presenza chiamando uomini e donne a dissetarsi alla fonte del suo amore.

È questa anche la domanda fondamentale: l’amore e la verità di Dio, del Dio vicino, sazia il cuore di un giovane che “desidera la vita e ama i giorni in cui vedere il bene” (Sl 34,33)? Dobbiamo sapere che il mondo ci chiede, in fondo, quel che l’abilità oratoria o l’organizzazione degli eventi non possono dire compiutamente: ma Cristo, il suo amore, può essere ragione esauriente della vita? L’amore di Dio, in Cristo, sazia la fame del cuore? Il mondo può comprendere la stanchezza nostra ma non la delusione su questo punto, comprende la fatica ma non il restringersi dello scopo del vivere al proprio benessere e alla falsa sicurezza dei propri confini. Il mondo chiede ragione della nostra speranza e vuol sapere se è vero il motto paolino: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21). Si può rischiare tutto su questa parola, rinunciando a tutto, anche all’amore di donna e di figli, pur di avere tutto ciò che ci è promesso?

Nel tempo del seminario voi avete fatto dialogare la vostra viva umanità, e le sue infinite aspirazioni, con la chiamata e la promessa di Cristo. Si è pronti a richiedere l’ordinazione, a mio parere, solo quando diventa un’evidenza lieta, grata e libera che il senso esauriente della propria vita è cercare, riconoscere, servire, testimoniare un Altro, Dio. “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Io vivo per Altro da me, per Colui che mi ha chiamato fin dal seno materno e mi ha inviato a dar vita agli uomini trasmettendo la sua grazia (cf. Ger 1, 4-9). Che bello sentire sempre da San Paolo: “Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù” (2Cor 4.5). Il vero tradimento del mandato che ci è affidato non è il peccato che la nostra debolezza morale può consentire e provocare, ma mettersi al posto di Cristo, assumere noi stessi come ragione e misura di quel che siamo e facciamo. Con la vita, le parole, i sacramenti, l’amicizia e la fraternità, nella salute e nella malattia, in vita e in morte, siamo chiamati ad essere annuncio di Cristo, del Dio che ama gli uomini. L’esistenza stessa sia annuncio, una “lieta notizia”! Non è un problema di parola, di dottrina o di gesti, ma di amore dominante e di trasparenza della vita.

Cari Enrico e Leonardo, Dio guiderà la vostra esistenza lasciando tracce nel sacrario della coscienza, nello sviluppo della storia, nella voce autorevole della Chiesa, nelle domande degli uomini ai quali siete mandati, soprattutto i più poveri e bisognosi. Ma oggi il vero tema di questa convocazione non è come sarà il vostro futuro, ma qual è la grazia di Dio e la vostra risposta, la profondità della vostra risposta di libertà. Ogni nostro passo è per l’eterno, ogni istante ha un orizzonte definitivo, ma questo è il momento degli impegni definitivi, del “per sempre”. Volete, accogliendo l’invito di Gesù, essere suoi amici e servirlo per tutta la vita nella forma del presbiterato? Volete davvero imitare ciò che celebrerete, conformando la vostra vita al mistero della croce di Cristo Signore? E voi presbiteri e fedeli, siete disposti ad accompagnarli in questo cammino, ad aiutarli con l’esempio, la parola, l’amicizia? Noi presbiteri siamo chiamati a servire il popolo di Dio a causa di Cristo, e voi tutti aiutateci a servirvi, senza spirito di pretesa e in comunione.

“Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15.15). Amici di Gesù, desiderosi di “perdersi” per poter stare con lui e in lui, conoscere ciò che Egli ode dal Padre in un ascolto continuo, testimoniarlo e comunicarlo agli uomini, pronti a dar la vita pur di salvare gli uomini per i quali Egli ha dato la sua propria vita. Questa è la gioia piena per la quale viviamo, lavoriamo e per la quale siamo preparati a soffrire e sacrificarci nella letizia perfetta. Non la definizione del dovere, ma la nostra gioia svela che la mano di Dio sta operando in noi.

L’essere amati, scelti, mandati, non è il presupposto cronologico della nostra vita e ministero, ma la ragione continua, la fonte inesauribile della nostra gioia, della fecondità pastorale (“perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”: Gv 15,16), della nostra fedeltà (“Rimanete nel mio amore”: Gv 15,9), fino al sacrificio del dare la propria vita (cf. Gv 15,13). Si può dare la vita davvero solo per amore, si può essere fedeli, quando tutto sembra cambiare, anche le condizioni del proprio benessere, fino all’ultimo respiro, solo per amore di ciò che resta, per amore dell’Eterno che si comunica in ogni frammento d’umanità. La fedeltà, invece, a una forma effimera rischia sempre di rovinare. La fedeltà non è frutto solo di uno sforzo di volontà ma di una decisione continua che matura in un amore che non finisce, nella certezza che tutto, anche l’istante che vivo adesso, è per l’Eterno, ha un merito, uno scopo eterno. È uno sguardo che sa collocare ogni cosa dentro un unico orizzonte che unisce il punto sorgivo della chiamata a quello del destino finale, della ricapitolazione in Cristo. Siate fedeli, vivete nell’amore di Cristo e per la gloria del Padre, della quale parla Gesù nello stesso contesto: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (Gv 15,8). Per dare gloria al Padre non si può smettere di essere figli, per far conoscere il Maestro non bisogna smettere di essere discepoli. La gloria di Dio è la vita piena dell’uomo!

Vivete, cari Enrico e Leonardo, per questa gloria, servitela, per essa lavorate, non stancatevi di pregare, lasciatevi abbracciare dalla comunione della Chiesa.

Maria Santissima vi custodisca e vi guidi. Guardate sempre il suo volto di misericordia, imitate il suo esempio, seguite il cammino che indica, ricorrete alla sua intercessione.

 

 

 

 

condividi su