Omelia per le esequie di Gabriele Galici e Filippo Corongiu

Omelia per le esequie di Gabriele Galici e Filippo Corongiu
Cagliari, Basilica di N.S. di Bonaria, 7 settembre 2026

Nell’iniziare questa omelia, sono ben consapevole che la morte improvvisa di Gabriele e Filippo più che di parole ha bisogno di silenzio, di tanto silenzio, lasciando che il dolore del cuore si alzi verso il cielo e verso gli uomini nel “forte grido” (Mc15,37) con cui spirò, sulla croce, Gesù Cristo. È morto gridando, Gesù, e in quel grido è accolto ogni nostro grido di domanda (perché?) e ogni gemito di dolore. Si può anche dire che, per questa accoglienza, nel grido del nostro cuore, il Padre continua a riconoscere la voce del Figlio che domanda la vita, che chiede di non essere abbandonato nel sepolcro. Lo chiediamo anche noi, che nulla vada perduto di Gabriele e Filippo e tutto si compia.

Il silenzio sgomento del nostro dolore diventa allora sguardo alla croce, al corpo martoriato di Gesù. È morto per morire con noi, è risorto per attirarci alla sua vita immortale. Guardando le mani inchiodate stese sul braccio della croce, gli chiediamo pietà per Gabriele e Filippo, di guardare con infinita tenerezza e di sostenere i loro genitori, i fratelli, gli amici e i conoscenti. Guardali, o uomo della croce, guarda e aiuta.

Il Figlio venne esaudito per la sua grande pietà e il fiducioso abbandono. Egli ha conosciuto la morte per venire incontro a noi come fratello misericordioso e degno di fede, e la morte non l’ha vinto. Insieme alla croce, guardiamo il cero pasquale che simboleggia la certezza della risurrezione, la nostra lieta speranza di vita eterna. Cristo è risorto e “la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,9), perché vive per sempre. Con fede, per la loro unione col Signore morto e risorto, chiediamo che il destino di Gabriele e Filippo sia la vita piena, la vita eterna, la felicità senza fine. Sono nati per godere questa eternità. “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (Mc 16,3). Il grosso masso, che opprime il cuore e toglie il fiato, non può essere rotolato dalla forza umana. Serve Dio, serve la forza di un Dio che risorge dalla morte.

“Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui” (Mc 16,6). Non cerchiamo Filippo e Gabriele tra i morti, o nel loro passato. Cerchiamoli tra i vivi, nel regno del Signore risorto, dove nulla va perduto della loro voglia di vivere, e tutto trova compimento. Nella fede della risurrezione non solo crediamo che la parabola della loro vita si compia nell’eternità (non finisce la vita, si compie) ma anche che c’è un legame con loro più forte della morte, perché l’amore è più forte della morte. È la comunione dei santi, quella unità di presenza che la voragine della morte non può inghiottire. L’amore è più forte della morte, e nell’amore del Risorto, Gabriele e Filippo vivono per sempre, vivono con noi. Erano amici, hanno vissuto insieme tante passioni, sono morti insieme, e speriamo nella fede che possano essere compagni per l’eternità nella condivisione felice della verità e della vita eterna. Ringrazio i genitori per aver permesso anche questo gesto di amicizia. Le esequie fatte insieme sono come una profezia: ci sono legami che la morte non interrompe. Non temete: l’amore è più forte!

I nostri giovani siano la preoccupazione più importante di tutta la società, chiamata a stringere un’alleanza per custodire e servire le loro speranze. La famiglia, la scuola, gli enti pubblici e privati, la Chiesa. Cerchiamo insieme modi per proteggere e aiutare la vita dei nostri giovani. Sia questo un frutto del dolore di questi giorni.

Cari giovani, abbiate cura della vita, amatela come un destino eterno, chiamata a conoscere e amare ciò che non passa e non muore. Cari giovani, vivete tutto con passione, intensità, con cuore, e cercate ciò che non finisce quando finiscono i rumori di questo mondo. Apritevi all’Infinito, cercate l’Eterno. Lì ritroverete Gabriele e Filippo, i vostri amici e fratelli che ora piangete e per i quali insieme pregate.

Il nostro pianto, ora, è affidato alla misericordia di N.S. di Bonaria perché si tramuti in speranza di vita, vita eterna, quella che non finisce mai e che compie ogni desiderio.

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