Giovedì Santo, Messa “in Coena Domini” 2026
Cattedrale di Cagliari, 2 aprile 2026
Il racconto di Giovanni (Gv 13,1-15) ci introduce in quella notte in cui Gesù, nel Getsemani, pregherà il Padre di essere esonerato dalla prova suprema; poi sarà catturato, offeso e, il giorno seguente, inchiodato alla croce, dove morirà. Egli sapeva che era venuta la sua ora, l’ora di passare da questo mondo al Padre. Ma è anche l’ora che Egli stesso definirà come l’ora del potere delle tenebre, l’ora della notte, dell’odio e della paura.
È una notte non dissimile da certe nostre notti: la notte della guerra, dell’odio, dell’invidia; la notte dello smarrimento, il momento in cui non si comprende e non si sa verso dove camminare. In quella notte, coloro che erano nemici di Gesù andarono a prenderlo, lo interrogarono e lo offesero; i discepoli, uno lo tradì, un altro lo rinnegò, tutti fuggirono. Il giorno dopo, chi era responsabile dell’ordine si lavò le mani.
Gesù, invece, affronta quella notte amando fino alla fine. Era giunta l’ora non della morte, ma della glorificazione. Un Dio che è amore può essere glorificato solo nell’amore, un amore divino, senza limiti, fino alla fine, senza condizioni.
Solo così può risplendere, nel buio di quella notte, una luce che viene dall’alto, la luce infinita di Dio. È una luce che è vita, perché dove c’è amore, c’è vita. E la vita ha bisogno di essere alimentata e custodita dall’amore.
Gesù è Figlio di Dio, e per questo può amare fino alla fine, fino all’estremo, fino all’espressione ultima dell’amore. Noi, invece, siamo sempre tentati di amare fino a un certo punto, solo a determinate condizioni, fin dove ciascuno decide. È la tentazione umana di porre limiti di sicurezza, di chiedere garanzie, invece di affidarsi totalmente.
Amare significa affermare l’altro come bene, essere consapevoli che la sua vita è preziosa. Solo da questa coscienza scaturisce la possibilità di servire la vita dell’altro anche se non corrisponde al mio desiderio. Amare, per Gesù, significa affermare questa preziosità della vita.
Egli sceglie i Dodici, tra cui Giuda, e lava loro i piedi per dire a ciascuno di loro e a ciascuno di noi quanto siamo amati: fino all’estremo, fino al limite ultimo della lontananza dalla vita, che è la morte. Gesù lava i piedi a tutti noi. Ora lo farà ad alcuni, perché tutti possano riconoscere la propria preziosità. Un Dio che si china sui nostri piedi, quanto deve amarci!
Si china sui piedi sporchi perché camminano, perché il nostro cammino sia purificato. E lava i piedi perché impariamo a volerci bene, ad amarci gli uni gli altri.
Di fronte alla morte, Gesù lascia come segno ultimo la carità. La sua carità, nel gesto e nel sacramento eucaristico; e la carità vicendevole: «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». È così che la morte viene sconfitta, in questo amore che ha come unico paradigma Gesù, un amore fino alla fine.
Oggi come sempre i cristiani sono chiamati ad offrire la testimonianza dell’amore reciproco, l’amore che non pretende. Ma l’amore, anche se non lo pretende, chiede di essere corrisposto. Così Gesù corrisponde all’amore del Padre amando i suoi; e noi corrispondiamo all’amore di Cristo amando i nostri fratelli.
Anche Pietro pone resistenze a un amore così, fatica a lasciarsi amare così incondizionatamente. Talvolta è difficile lasciarsi amare pienamente. E quando Gesù gli dice: «Se non ti laverò, non avrai parte con me», Pietro risponde: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo». Gesù allora afferma che chi ha fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi se non i piedi, ed è tutto puro. «E voi siete puri, ma non tutti».
Lasciamo allora che Gesù ci ami in ciò che abbiamo di più nascosto: nei nostri “piedi”, in ciò che è più oscuro nella nostra coscienza, in ciò che non è ancora riconciliato, in ciò che è opaco, poco luminoso. È lì che dobbiamo permettere al Signore di entrare.
È lì che dobbiamo lasciarci amare, perché la nostra vita sia purificata. Perché tutta la nostra vita diventi limpida, dobbiamo consentire al Signore di entrare proprio in quel punto, che ciascuno conosce, quello più tenebroso, più ferito. È lì che si deposita una sporcizia che solo l’amore di Dio può purificare.
È lì che dobbiamo lasciarlo entrare.
