Giovedì della Settimana Santa – Messa del Crisma
Cattedrale di Cagliari, 2 aprile 2026
Carissimi tutti in Cristo,
e soprattutto voi, confratelli nel sacerdozio ministeriale,
sono accadute molte cose in quest’ultimo anno e per diverse ragioni il tema del ministero sacerdotale è divenuto centrale nel dialogo ecclesiale. A causa della diminuzione delle vocazioni, ad esempio, che in alcune diocesi del nostro Paese e d’Europa ha assunto dimensioni davvero preoccupanti, e che in Italia fa contare nell’ultimo anno un numero di ordinazioni presbiterali pari a meno della metà di quelle di dieci anni fa. A questo si aggiunge la sollecitazione insistita, emersa chiaramente nell’ultima Assemblea del Sinodo dei Vescovi, a ripensare l’esercizio del ministero a favore di una forma più collegiale, volta alla cooperazione tra i presbiteri, i diaconi, tutti i membri del Popolo di Dio nella varietà dei carismi, degli stati di vita e dei ministeri, perché sia più efficacemente servita la comunione della Chiesa e (inscindibilmente) la sua missione di annuncio e di testimonianza dentro il mondo.
Non sono mancate, purtroppo, notizie che hanno riguardato le debolezze umane di alcuni presbiteri, talvolta gravissime, segnate anche da peccati infamanti. E tuttavia abbiamo anche accolto con gratitudine la testimonianza trasparente dell’amore pastorale di tanti sacerdoti. Pensiamo ancora alla morte di padre Pierre Al-Rahi, nel Sud del Libano, cappellano regionale della Caritas locale, rimasto ucciso a seguito di un attacco nell’area mentre soccorreva i suoi parrocchiani, dai quali non aveva voluto distanziarsi nonostante il pericolo incombente. A Cagliari nel mese scorso abbiamo ascoltato la commovente testimonianza di padre Pierluigi Maccalli, missionario della Società delle Missioni Africane, per due anni prigioniero in Niger di gruppi jihadisti. Che significa essere sacerdote tra persone pronte a ucciderti e che ti tengono legato a un albero, in mezzo al deserto africano, per anni? Il Padre non abbandona chi è nella prova ma lo trasfigura per renderlo più misericordioso e maggiormente degno di fede nella testimonianza e nell’annuncio del Vangelo (cf. Ebr 2,17-18).
A volte si è parlato di noi a causa dei nostri limiti e di debolezze umane, troppo umane per trovare posto in una vita sacerdotale. Colpisce l’eco che ha avuto nella nostra coscienza, nel dibattito pubblico e nei dialoghi tra noi, la notizia relativa alla tragica morte di un prete di una diocesi del Nord Italia e poi dell’abbandono di un sacerdote abituato a gestire i mass media e ad attirare l’attenzione su di sé. Mi pare che la questione che man mano si sia affermata non sia più relativa a un qualche aspetto del ministero ma sia la questione stessa dell’identità del presbitero. È come se il mondo e la Chiesa ci rivolgessero le stesse domande indirizzate a Giovanni il Battista: «Tu, chi sei? […] Che cosa dici di te stesso?» (Gv 1,20.22), interrogativi che non possiamo eludere, perché si riferiscono alla nostra identità.
Serpeggia quasi una domanda circa la capacità della vita e del ministero presbiterali di compiere interamente, e in letizia, la nostra umanità, le aspirazioni più belle e interamente umane di senso, amore e felicità, di verità e giustizia. La nostra vocazione corrisponde alla nostra umanità o è una coperta troppo corta, un abito troppo stretto? Oppure, da un altro punto di vista più propositivo, di cosa abbiamo bisogno perché sia intessuta di letizia e amore la stoffa fondamentale delle nostre giornate, anche dentro la fatica, le delusioni e le contraddizioni del mondo?
La stanchezza, la delusione, la solitudine di tanti, come l’entusiasmo, la gioia e la creatività pastorale dei più, richiedono la ripresa serena, attenta e orante del tema della nostra identità. Chi siamo? Come possiamo dire al mondo di noi stessi? È tornato il momento di parlare del mistero del sacerdozio ministeriale! Che cosa possiamo dire al mondo di noi, senza stare sempre sulla difensiva, ma annunciando una bellezza di cui il mondo ha bisogno? A questo livello essenziale, più necessario e bello, il Papa ha voluto, nello spazio di pochi mesi, puntare l’attenzione di tutti, dedicando ai sacerdoti la Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro in occasione del 60° anniversario dei decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum ordinis (8 dicembre 2025) e, il mese successivo, la Lettera al Presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid in occasione dell’Assemblea presbiterale (28 gennaio 2026), testi che invito a leggere e meditare insieme, magari durante le riunioni del clero dei vicariati. Proprio martedì scorso è stato diffuso il Videomessaggio del Santo Padre, nell’ambito dell’iniziativa “Prega con il papa”, per dare voce all’intenzione di preghiera i sacerdoti in crisi, preghiera che invito a recitare personalmente e comunitariamente.
Nella Sinagoga di Nazaret Gesù fa sua la dichiarazione del misterioso Servo: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). Riprendiamo vigore: Lo Spirito del Signore è sopra ciascuno di noi, sempre, ci accompagna e ci sostiene; Egli ci ha consacrati per essere ammessi alla sua amicizia intima e ci ha invitati ad annunciare la gioia e la liberazione della misericordia. Il sentimento della nostra vocazione sia dominato dalla certezza della presenza del Signore, della sua amicizia per la missione. Non si può dar la vita per una cosa giusta che non sia al tempo stesso bella e vera. E Dio è buono, vero e bello in modo incomparabile. Siamo stati scelti per vivere l’amicizia con Dio e per essere mandati, inviati a un mondo che attende l’annuncio di questa liberazione dal male, l’annuncio della misericordia. Ce lo testimoniano i più di 21mila catecumeni adulti che in Francia stanno per ricevere il battesimo (20% in più rispetto all’anno scorso), ce lo testimoniano i catecumeni della nostra diocesi che si preparano al battesimo di Pasqua. Sono storie bellissime, storie di ricerca e inquietudine, di scoperta e di fede. Non abbiamo paura, siamo mandati a uomini il cui cuore cerca un Senso che solo noi possiamo e dobbiamo offrire. Ciò che sostiene la nostra vita è la missione: siamo stati inviati per annunciare la liberazione dal peccato e la misericordia di Dio.
Perché questa parola ci tocchi davvero, è necessario che ci raggiunga personalmente e ci muova affettivamente (possiamo amare solo ciò che ci colpisce). Guardiamo Pietro. Dopo il dramma del rinnegamento e della croce, egli diventa un apostolo in forza di un amore vicino e carico di perdono. «Canterò per sempre l’amore del Signore». Per Pietro, sulla sponda del lago di Tiberiade, questo amore che fa cantare la vita è il Risorto che si rivolge a lui con quella domanda da cui dobbiamo sempre ripartire (cf. Gv 21,15-19).
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
Pietro si è scoperto amato da un amore sorprendente, che attende solo di essere corrisposto. È l’amore a Cristo che ci abilita a pascere le pecore del Signore, e questa unità di amore a Lui e di servizio ai suoi discepoli è possibile solo se la vita si snoda come una sequela senza fine e condizioni. Seguimi! Nella risposta di Pietro c’è l’origine del servizio alla Chiesa e la prefigurazione della sua personale vicenda di testimonianza e morte. Anche la morte è per la gloria di Dio! Col suo sì, Pietro offre al Signore risorto tutto se stesso e il suo stesso futuro. È questa la vera povertà che ci è chiesta: affidare la nostra vita e il nostro futuro al Signore, fare del servizio alla sua presenza nel mondo la nostra sorte, la nostra gioia. Siamo qui perché un giorno abbiamo avuto la certezza che rispondere alla richiesta “seguimi” coincideva con l’amore a se stessi, con l’attesa profonda di verità e felicità e con lo scopo per cui vivere e morire. Nel momento iniziale tutto era in qualche modo già unito: seguire Cristo nel ministero era una sola cosa con l’intuizione di una pienezza non effimera, della possibilità di familiarità col mistero della storia e del cosmo, con il desiderio di essere utili alla felicità dei fratelli uomini. Il linguaggio dell’origine è il linguaggio dell’amore a Cristo, che salda l’amore a se stessi e il servizio del ministero. Occorre tornare a questo linguaggio, restare nella purezza dell’origine, rimanere in quell’amore che, ridestato continuamente, rende unita la nostra persona e fa unità tra l’esistenza e la missione. Nella commovente preghiera di martedì scorso, il papa prega perché nei sacerdoti sia riaccesa la gioia del Vangelo e riscoperta la bellezza della vocazione.
Spirito Santo, riaccendi nei nostri sacerdoti la gioia del Vangelo. Concedi loro amicizie sane, reti di sostegno fraterno, un po’ di umorismo quando le cose non vanno come sperato, e la grazia di riscoprire sempre la bellezza della loro vocazione. Che non perdano mai la fiducia in Te né la gioia di servire la tua Chiesa con cuore umile e generoso.
Cari fratelli, preghiamo gli uni per gli altri con questa stessa intenzione. Non si può dare la vita per una cosa giusta se non è anche bella. E Dio è la bellezza. Facciamo nostra questa invocazione: lo Spirito Santo riaccenda nei nostri cuori la gioia del Vangelo, ci doni amicizie sane, sostegno fraterno e anche la capacità di sorridere nelle difficoltà, perché possiamo riscoprire ogni giorno la bellezza della nostra vocazione. La nostra è un’esistenza e un ministero di bellezza, di gioia e di amore. Non smettiamo di stupirci di questa grandezza e di essere stati scelti, senza merito, semplicemente perché amati.
