Omelia dell’Arcivescovo in occasione della Solennità del Corpus Domini 2026

Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo – 2026
Santa Messa
Basilica Cattedrale, Cagliari 7 giugno 2026

 

Dt 8,2-3.14b-16a

1Cor 10,16-17

Gv 6,51-58

 

Il popolo d’Israele è al termine del suo lungo viaggio nel deserto e sta per entrare, finalmente, nella terra promessa. In quel momento solenne, riceve da Mosè la consegna più religiosa che possa pensarsi: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto»; «Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile». Il popolo, anche nella nuova terra che sta per avere in consegna, deve trasmettere e ravvivare, di generazione in generazione, la memoria del Dio fedele, che nella sua misericordia lo ha liberato dalla schiavitù e lo ha accompagnato e sostenuto lungo il cammino. È vero, il deserto si è rivelato un ambiente «spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua». Per amore, tuttavia, e solo per amore, Dio si è sempre ricordato del popolo, ha camminato con esso, ne ha talvolta permesso l’umiliazione per svelare ciò che aveva nel cuore, ma non lo ha mai abbandonato al male. Il Signore «ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri». Per te! Il ricordo di Dio porta con sé la consapevolezza di quanto valiamo ai suoi occhi. Dio è fedele e si ricorda del suo popolo e sempre se ne dà pensiero. Il popolo è chiamato, perciò, a ricordare la propria storia perché è nella trama di fatti e incontri che la misericordia di Dio parla agli uomini, si fa conoscere, cammina con loro. La memoria di Dio è la memoria della propria storia.

L’invito è anche per noi. L’infedeltà nostra e del popolo è anzitutto espressa nella dimenticanza, che genera smarrimento di fronte alle prove, un velenoso dubbio circa la fedeltà e la presenza del Signore in mezzo a noi, e sempre la tentazione di sostituirsi a lui nella pretesa di un’autosufficienza che porta a far da soli, a dimenticare il rapporto con il Dio-con-noi. Nella memoria guidata dalla fede, riconosciamo invece che il protagonista della storia è Dio. Per te, per me, per il popolo, Dio ha fatto miracoli lungo il cammino, anche nel punto più ostile della storia e del deserto che è nei cuori. Non c’è luogo “spaventoso” in cui egli non possa entrare e far germogliare il seme della grazia. Come potrebbe Dio, d’altra parte, dimenticarsi di noi? «Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,14-15). Rintracciamo i segni della commozione del Signore.

Il brano del Deuteronomio ci insegna che nell’umiliazione della prova si conosce «quello che avevi nel cuore». Nella memoria della nostra storia si svela ciò che occupa il cuore: il timore per il male o la certezza della provvidenza, l’ostinazione di un progetto o la docilità dell’ascolto, il sentimento di un’impresa solitaria o la coscienza di una costruzione comunitaria? Cosa abbiamo nel cuore si capisce dalla memoria che domina le nostre giornate.

Davanti all’altare del Signore, adorando il sacramento della carità di Cristo, ricordiamo il cammino percorso, le persone che hanno lasciato una traccia nella nostra vita, l’aiuto ricevuto nei momenti di difficoltà, l’amore e la felicità conosciuti. Non dimentichiamo nulla e in tutto riconosciamo la carità di Cristo. Quanta sfiducia e solitudine sono figli, invece, della nostra cattiva dimenticanza. Quanti peccati, se non tutti, sgorgano dal “non ricordare” Dio. Come sull’altare noi offriamo il dono della creazione e l’opera dell’uomo e invochiamo lo Spirito perché diventi il corpo e il sangue di Cristo, così adesso possiamo offrire con semplicità la nostra storia perché tutto sia trasfigurato dalla carità di Cristo e ne diventi luogo espressivo. Non dimentichiamo nulla, e così all’inizio della Messa la Chiesa ci fa ricordare anche i peccati. Tutto deve essere ricordato davanti a Dio.

«Fate questo in memoria di me». Nell’eucaristia tutta la vita è raccolta nella memoria pasquale di Cristo. Egli è presente tra noi, è nostro contemporaneo, cammina con noi, ci attrae a sé. I nostri occhi allora si aprono sugli altri e sulla storia partecipando allo sguardo di Gesù Cristo che ha vinto la morte e guarda da questa vittoria anche i nostri peccati. Il cuore, nella comunione, si apre all’accoglienza d’amore verso i fratelli nella fede e i fratelli in umanità, perché Cristo ama, come Cristo ama, ossia donando se stesso come pane per la fame del mondo. La memoria eucaristica custodisce la gratitudine per i doni, le opere di bene, gli incontri che ci hanno condotti qui, e alimenta il desiderio di una vita piena, dell’incontro definitivo nel banchetto eterno nel quale ogni attesa di vita e verità verranno compiuti nella visione e nell’abbraccio di Dio. Forse, se non desideriamo più è perché abbiamo smarrito il senso della memoria. L’eucaristica diviene perciò accoglienza nel presente della grande presenza del Risorto e speranza della sua piena manifestazione e dell’incontro definitivo. È memoria delle meraviglie compiute dal Signore e “memoria del futuro”.

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Fa parte di questo “rimanere” la gratitudine e la fiducia della memoria. Concedi, o buon Pastore, che non siamo mai separati da Te.

Non dimentichiamo e ti rendiamo grazie per la tua presenza tra noi, grazie per il dono della vita nostra e dell’intera creazione, per quanti ci hanno voluto bene, per le persone che ci hanno aperto la mente e il cuore alla fede, grazie per la nostra unità come di amici fedeli, grazie per quanto ancora ci attende in un cammino interamente attratto dalla bellezza che contempliamo nell’Ostia Santa.

 

 

condividi su