Messaggio dell’Arcivescovo per l’inizio dell’Anno Scolastico 2026-27

Carissimi studenti, insegnanti, dirigenti, personale scolastico e famiglie,

l’inizio di un nuovo anno scolastico porta con sé attese, progetti e desideri, insieme a domande, fatiche e qualche timore. Si torna tra i banchi con libri nuovi e programmi da affrontare, si ritrovano compagni e insegnanti, si ricomincia a scandire il tempo con il suono delle campanelle, lezioni, verifiche e impegni quotidiani. Per alcuni è un ritorno a luoghi e volti conosciuti; per altri è l’ingresso in una scuola nuova, l’inizio di una tappa diversa, ancora tutta da scoprire. Per tutti è una ripartenza preziosa, e ogni ripartenza porta con sé la possibilità di custodire la memoria del passato e guardare con fiducia a ciò che ci attende.

La scuola, infatti, è molto più di un insieme di lezioni, programmi e valutazioni. È uno dei luoghi fondamentali nei quali si impara a conoscere il mondo e, insieme, a conoscere sé stessi e gli altri. È uno spazio nel quale ciascuno può scoprire le proprie capacità, incontrare persone diverse, imparare il confronto, sperimentare la fatica e la gioia di raggiungere un traguardo. Nella scuola si acquisiscono conoscenze indispensabili, e si impara a stare insieme, ad ascoltare, a rispettare le differenze, ad assumersi responsabilità. In questo senso, ogni anno scolastico è anche un tratto importante del cammino con cui ciascuno costruisce la propria umanità e prende in consegna una parte del mondo.

A voi ragazze e ragazzi vorrei rivolgere anzitutto un augurio: non abbiate paura di imparare. Non abbiate paura neppure della fatica, degli errori o di ciò che ancora non sapete fare. La crescita non è una gara nella quale bisogna arrivare prima degli altri. Ciascuno ha il proprio passo, i propri talenti, le proprie fragilità, un modo personale di comprendere e di affrontare le difficoltà. Nessun voto può racchiudere il valore di una persona e nessun insuccesso può dire definitivamente chi siete o chi sarete. Anche un errore, se accolto e compreso, può diventare occasione per conoscersi meglio, correggere il cammino e ricominciare. Possiate sperimentare la gioia della verità, la ricchezza della realtà.

Le ricerche che cercano di ascoltare la voce delle nuove generazioni ci consegnano, accanto alle difficoltà e alle paure, un dato che merita grande attenzione: i ragazzi continuano a credere nel valore della scuola. È un segnale prezioso e, direi, una domanda rivolta a noi adulti. Nonostante le fatiche, le incertezze sul futuro, la paura di non essere all’altezza o di rimanere indietro, tanti giovani riconoscono ancora nella scuola un luogo decisivo per la propria crescita e per la costruzione del domani. La gioia della verità corrisponde a quella dell’amore alla vita.

La fiducia dei ragazzi nella scuola ci chiede allora di domandarci quale scuola e, più ampiamente, quale comunità siamo capaci di offrire loro. I giovani hanno bisogno di conoscenze e competenze, ma non soltanto di queste. Hanno bisogno di adulti presenti, di relazioni stabili, di persone capaci di ascoltare e accompagnare, di luoghi nei quali poter essere accolti senza dover continuamente dimostrare qualcosa. Hanno bisogno di incontrare adulti autorevoli perché credibili, capaci di indicare una direzione senza sostituirsi alla loro libertà, capaci di porre limiti ma anche di aprire possibilità. Soprattutto di maestri meravigliati della grandezza e bellezza della realtà e desiderosi di introdurvi i propri giovani discepoli. È la meraviglia che muove l’intelligenza e l’affezione!

I ragazzi hanno bisogno anche di spazi educativi in dialogo tra loro. Penso agli oratori e alle parrocchie, alle associazioni, ai gruppi, alle realtà sportive e culturali, ai luoghi di aggregazione, ai servizi educativi nei quali si può studiare insieme, coltivare un talento, stringere amicizie, fare esperienza di gratuità e incontrare un adulto disponibile ad ascoltare. Sono esperienze differenti, ma possono concorrere tutte a formare quella comunità educante della quale abbiamo sempre più bisogno.

Nessun ragazzo dovrebbe essere lasciato solo nella fatica di crescere. La continuità di una relazione, una parola pronunciata al momento giusto, la possibilità di trovare qualcuno che sappia ascoltare senza giudicare possono cambiare un percorso. Educare significa anche questo: esserci prima che una difficoltà diventi abbandono, prima che la solitudine diventi isolamento. Serve stringere legami, creare appartenenza, offrire ragioni per avere fiducia in sé stessi e negli altri.

Un pensiero particolare va, all’inizio di questo anno, a chi porta nello zaino un peso che non compare nell’elenco dei libri. A chi teme di non essere all’altezza, a chi si sente solo, a chi vive situazioni familiari o personali difficili, a chi arriva da un altro Paese e deve imparare una nuova lingua e nuovi codici, a chi sperimenta una disabilità o una particolare fragilità, a chi ha conosciuto l’insuccesso e teme di ripeterlo, a chi entra in classe con la paura di essere giudicato, deriso o escluso.

Una comunità scolastica è davvero tale quando nessuno rimane invisibile. Accorgersi di chi è accanto a noi, tendere una mano, fare spazio a chi è più solo, scegliere una parola che incoraggia invece di ferire sono gesti semplici, ma possono cambiare una giornata e, qualche volta, persino una vita. Il contrasto al bullismo, al cyberbullismo, alla violenza e a ogni forma di esclusione non può essere affidato soltanto a regole o interventi straordinari. Comincia dalla responsabilità quotidiana verso l’altro, dal modo in cui lo guardiamo, ne parliamo, lo accogliamo con amore e rispetto nel gruppo.

La scuola può aiutarvi a scoprire che il futuro non è semplicemente qualcosa che accade, ma una realtà alla quale ciascuno può contribuire con le proprie scelte. Studiare significa imparare a porre domande, a cercare la verità, a confrontare idee differenti, a verificare le fonti, a distinguere ciò che è autentico da ciò che è soltanto apparente. In un tempo nel quale siamo raggiunti ogni giorno da una quantità enorme di parole, immagini e informazioni, e nel quale le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale modificano rapidamente il nostro modo di conoscere e comunicare, questa capacità è più preziosa che mai.

Per questo agli insegnanti e a tutti coloro che lavorano nella scuola va la mia gratitudine. Educare è un compito esigente e prezioso, che richiede competenza, passione, pazienza e una grande capacità di ricominciare ma anche la semplicità di cambiare. L’educazione è un incontro tra due libertà, tanto che l’insegnante capace di accompagnare è l’insegnante che si lascia provocare e arricchire dai propri discepoli.

Alle famiglie rivolgo l’invito a vivere questo cammino in alleanza con la scuola. I nostri ragazzi hanno bisogno di adulti che sappiano dialogare tra loro, anche quando emergono difficoltà o punti di vista differenti, senza rinunciare alle rispettive responsabilità. L’alleanza educativa non significa pensare tutti allo stesso modo, ma riconoscere un bene comune più grande delle nostre singole posizioni: la crescita dei ragazzi. Quando gli adulti si delegittimano reciprocamente, sono proprio i giovani a perdere punti di riferimento.

Questa alleanza educativa deve coinvolgere l’intera comunità. Nessuno educa da solo e nessuno cresce da solo. La scuola, la famiglia, le comunità cristiane, le istituzioni, il mondo dello sport, le associazioni, il volontariato e tutte le realtà educative del territorio condividono una responsabilità: costruire ambienti nei quali ogni giovane possa sentirsi accolto, rispettato, accompagnato e incoraggiato a mettere a frutto i propri doni. L’educazione è una delle vie più efficaci per umanizzare il mondo e la storia.

Come Chiesa di Cagliari desideriamo essere parte di questa alleanza, mettendo a disposizione luoghi, persone ed esperienze capaci di accompagnare i ragazzi e le loro famiglie. Le nostre comunità cristiane sono chiamate ad avere porte aperte, soprattutto per chi rischia di rimanere ai margini. Un oratorio, un gruppo, un’esperienza di servizio, un percorso formativo possono diventare luoghi nei quali un giovane scopre di essere atteso, incontra amicizie vere e comprende che la propria presenza è importante per qualcuno.

C’è, infine, una parola che vorrei consegnare a tutti all’inizio di questo nuovo anno: speranza. Educare è sempre un atto di speranza. Non una speranza ingenua, che ignora le difficoltà, ma la speranza concreta di chi sa che ogni persona è più grande dei propri fallimenti e che il futuro rimane aperto. Molti giovani guardano al domani con inquietudine. Le guerre, le disuguaglianze, le difficoltà economiche, la crisi ambientale e la velocità dei cambiamenti possono generare la sensazione che il futuro sia soprattutto una minaccia da cui difendersi.

La tradizione cristiana ci insegna a guardare ogni persona con questa speranza. In ogni ragazzo c’è qualcosa di unico che chiede di essere scoperto, custodito e fatto crescere. La persona non è semplicemente ciò che riesce a fare, il risultato che raggiunge o il giudizio che riceve. È un bene in sé, è portatrice di una dignità che viene prima di ogni successo e che nessun fallimento può cancellare. Per noi cristiani questa dignità trova il suo fondamento nello sguardo di Dio, che conosce ciascuno per nome e chiama ciascuno a una vita piena.

Educare significa avere fiducia in questa promessa, anche quando ancora non se ne vedono pienamente i frutti. Significa saper dire a un giovane, con le parole e soprattutto con la nostra presenza: la tua vita ha valore, il tuo futuro merita impegno e speranza, c’è un posto per te nella nostra comunità. Significa aiutarlo a scoprire che i talenti ricevuti diventano più grandi quando sono condivisi e che la propria realizzazione non può essere separata dalla responsabilità verso gli altri.

Vorrei allora che questo nuovo anno scolastico fosse per tutti un tempo nel quale riscoprire il gusto di imparare e la bellezza delle relazioni; un anno nel quale nessuno debba avere paura di chiedere aiuto e nessuno si senta autorizzato a lasciare indietro chi procede con maggiore fatica. Le nostre scuole siano luoghi nei quali si possa imparare non soltanto a rispondere alle domande, ma anche a formularne di nuove; non soltanto a competere, ma a collaborare; non soltanto a raggiungere risultati, ma a comprendere per che cosa vale davvero la pena spendere le proprie energie.

Un pensiero di ammirazione per le scuole cattoliche, chiamate a sviluppare un progetto educativo per il quale i bambini e gli adolescenti siano aiutati a crescere in un ambiente comunitario permeato dalla carità, in modo che la conoscenza del mondo, della vita, dell’uomo, che gli alunni via via acquistano, sia illuminata dalla gioia e dalla luce della fede.

A tutti chiedo di custodire una certezza: ogni ragazzo che entra in una scuola porta con sé una domanda di futuro. Accoglierla è responsabilità di tutti. Facciamo in modo che nessuno incontri soltanto porte chiuse, indifferenza o rassegnazione. Offriamo ai nostri giovani conoscenze solide, relazioni vere, adulti credibili e comunità nelle quali possano sperimentare la gioia di essere utili agli altri.

Buon anno scolastico a tutti.

 

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