Pellegrinaggio mariano 2026
Basilica di Bonaria, giovedì 29 maggio 2026
Vi ringrazio, carissimi in Cristo, di aver aderito all’invito a partecipare a questo pellegrinaggio diocesano che compie un anno di attività, di pensiero, di vita e apre possibilità nuove per il tempo che ci aspetta. Dopo il primo anno a Siurgus Donigala, poi a Uta, quest’anno siamo giunti a Bonaria dove, dalla metà di aprile, diocesi, parrocchie, vicariati e ambiti pastorali si radunano in preghiera, in un pellegrinaggio continuo e ricco di memoria e gratitudine, come di supplica, segno che il nostro sguardo è orientato dal desiderio di Dio insito nel cuore di ciascuno. La Chiesa è chiamata a scoprire e a ridestare continuamente questo grande desiderio, quell’aspirazione che il Papa ieri, parlando ai Vescovi italiani, definiva «desiderio di infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera».
Se l’uomo si mette in cammino per salire su questo colle, per pregare, per invocare perdono e grazia è perché ha bisogno di Dio, perché conosce l’inganno di tutto ciò che non è Dio e che pure promette una felicità che non può mantenere. Noi che conosciamo l’inganno di tanti idoli veniamo qui per riconoscere la misericordia dell’unico Dio, l’Infinito che dona una vita piena e una salvezza liberante. La Madonna ci offre ciò che di più importante noi possiamo desiderare e avere.
Sempre ieri il Papa esortava la Chiesa in Italia ad avere il «coraggio dell’essenziale». Non il coraggio di aggiungere cose a cose, parole a parole, iniziative a quelle già solite e neanche, a volte, il rigore con cui eliminiamo cose importanti e talvolta essenziali. La vera possibilità di rinnovamento della Chiesa è scendere all’essenziale e riconoscerlo. Occorre avere il coraggio di tornare alle fondamenta della nostra fede. Gesù nel Vangelo ci richiama alla vera questione: «Abbiate fede in Dio!» (Mc 11,20).
Abbiamo fede? Quella di ieri non basta più. Quella che oggi esprimiamo domani deve essere rinnovata, perché la fede è il modo in cui rispondiamo con tutto noi stessi e con libertà al dono che Dio fa di sé continuamente, istante per istante, e così la fede ha da essere rinnovata continuamente.
Cos’è l’essenziale? Guardiamo Nostra Signora. L’essenziale non è un’idea, non è una dottrina, non è un insieme di precetti, non è un’ispirazione o una visione del mondo. L’essenziale è quel Bambino che tiene in braccio, è una presenza, è uno sguardo, è un corpo, è un bacio, è Cristo presente, oggi come allora, perché risorto, con la stessa concretezza, con la stessa efficacia di parola, con la stessa tenerezza di abbraccio. Il Signore è risorto per investire di sé il tempo e lo spazio, è qui, è oggi, vive e agisce nella Sua Chiesa. Cari fratelli, noi non possiamo rinnovare né la vita personale, né la vita delle nostre comunità, né il mondo senza stringerci all’essenziale che è la dolce presenza di Cristo, presenza che sempre sfida la nostra libertà sollecitando una risposta.
Hai fede a sufficienza? Credi che Dio è anche nel mare? Credi che la Sua parola può placare le tempeste? Credi tu questo? Gesù nel Vangelo parla di una “casa” che deve essere continuamente rinnovata, quel tempio che è la Chiesa (Mc 11,15-17). Anche noi siamo sempre tentati di trasformare quella casa in un luogo di potere, di mormorazione o di lotta. Prendiamo sul serio le parole di Gesù che parla del tempio come della «casa di preghiera per tutte le nazioni» (Mc 11,17). Il tempio è la dimora di Dio, casa di preghiera. Siamo arrivati qui per stare dentro la “casa”, quella dimora che è il centro dei nostri affetti, il luogo della nostra speranza, l’incontro vivo con Cristo. Non è uno spazio, la casa: è una persona, è un rapporto, è un’amicizia fedele.
In questa fedeltà, diceva stamani Papa Leone, impariamo a «fare nostro lo sguardo del Signore», perché la fede è anche partecipare al modo in cui Dio guarda il mondo, le cose, le persone. Maria dice di essere beata perché Dio «ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,48). E noi vinceremo tutto lo scoraggiamento possibile, compresa qualche linea di depressione, se ci sentiamo davvero guardati da Dio in Cristo. Lo sguardo materno di Maria rende presente, prossimo a ciascuno di noi, lo sguardo di Cristo, che non ci riduce ai nostri peccati, che non ci schiaccia sul nostro passato, che vede il bene, che fonda la speranza. È lo sguardo carico di positività di una mamma verso il suo bambino, che afferma la bontà del suo esserci, uno sguardo carico di speranza perché vede ciò che egli è chiamato a diventare. Il nostro sguardo, invece, a volte ci inquieta, ci spaventa, perché è superficiale, perché vede le tempeste del mondo, le tempeste del nostro cuore e dei rapporti e non confida più nel potere del Signore di placare ogni tempesta. Lo sguardo della fede scorge nella profondità di ogni cosa la presenza viva del Signore. Il cuore del mondo non è vuoto e noi non giriamo in esso come una giostra. Il cuore del mondo è un amore crocifisso e risorto e solo se siamo capaci di posare questo sguardo gli uni sugli altri sarà possibile la fraternità. Non una convenienza di interessi, ma una vera fraternità di chi vede riflesso nell’altro il volto del Padre. Lo sguardo di Maria vede in ciascuno di noi la somiglianza del Figlio. Così come il Figlio vede in ciascuno di noi l’impronta del Padre. La fede è riconoscere Dio presente. Gesù lavora nel cuore dell’uomo ed è nostro compito coglierne l’agire.
In questa casa ci mettiamo alla scuola di Maria per imparare, insieme allo sguardo della fede, una libertà decisa e coraggiosa. Maria fu preservata dal peccato per dire sì con libertà, senza condizioni, senza limiti, senza porre argini all’iniziativa di Dio, fino alla fine. La libertà è la possibilità di dire sì al Signore, sempre fidandoci di Lui, affidandoci, senza disperare della sua azione nella storia, perché è nella storia che il Signore viene, viene continuamente. Che grande libertà ci vuole per scegliere alla comodità la verità, l’amore vero alla chiusura dell’egoismo di chi costringe tutto alla propria misura. La libertà è invece spaccare la misura del proprio cuore per aprirsi all’infinito di Dio. È la libertà di Maria che, anche facendo fatica, seguì il Figlio, dicendo di sì fin sul Golgota, sotto la Croce, accettando una nuova misura della sua maternità. «Donna, ecco tuo figlio!» (Gv 19,26). Che sia lieta e grata la libertà con cui accogliamo il Signore che viene e che Maria continuamente ci offre. Chiediamo che Ella interceda per questa libertà, per la decisione di lasciare gli affetti non ordinati, gli egoismi più cattivi, le misure anguste che proiettiamo sugli altri. Abbandoniamo tutto, fidiamoci solo dello spazio infinito di Dio.
In questa casa impariamo a stare assieme come Chiesa. San Pietro ci indica la modalità: «Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1Pt 4,10). Il dono ricevuto sia a servizio degli altri. Questo essere a servizio del bene degli altri si chiama amore, si chiama compagnia, amicizia, è un vivere per altro da sé, fino a sacrificare tutto perché il fratello sia nella verità. Che possa meglio emergere la qualità delle nostre relazioni, quella qualità che può distinguere la nostra cosa dal mondo che è in rivolta, in guerra, che vive di inimicizia e di contrapposizione e che fa di ogni possibile differenza causa di inimicizia, di diffidenza e di estraneità. Siamo fratelli, siamo davvero fratelli. E ciò che il Signore ha dato a ciascuno è per l’altro. Come si può essere allora invidiosi, se il dono dato all’altro è per il mio bene, se il dono dato a me è per l’edificazione di mio fratello? La mutua appartenenza nella grazia è la contestazione più radicale dell’invidia. Che la nostra Chiesa splenda per questa novità di vita, per questa differenza di relazione, e sia una casa ospitale. Significativamente, il Signore dice, purificando il tempio, che esso è chiamato ad essere «casa di preghiera per tutte le nazioni» (Mc 11,17). C’è posto per tutti, nessuno può escludere altri. Nessuno può pensare che gli altri non siano destinati ad abitare con noi in questa casa. Noi stiamo nel mondo con questa speranza, che tutti possano abitare questa casa, in attesa di quella città che scende dal cielo e che ha le porte sempre aperte (cf. Ap. 21,25) perché è il luogo dell’amore e dell’accoglienza nella verità. Quanto è bella questa esperienza di fraternità e com’è importante offrirla al mondo.
Maria, oggi come allora nel Cenacolo (cf. At 1,14), è come la madre, la dispensatrice, il simbolo più significativo della Chiesa che sempre ospita la presenza che invochiamo: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20). Vieni presto, Signore. Non c’è altra ragione per cui stiamo assieme: l’attesa del Signore insieme alla gioia di scoprire che sta già venendo.
Il vangelo, infine, a stare nel mondo pregando e perdonando: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe» (Mc 11,25). Perché noi possiamo essere perdonati, siamo chiamati a perdonare gli altri. In questo mondo di inimicizia, in cui anche nei rapporti affettivi destinati alla fiducia si insinua il veleno della possessività, noi perdoniamo. Non è un atto puerile o di debolezza, è l’atto della risurrezione. Perché perdonare significa che rinasca colui che in noi è già morto. Solo il Signore risorto può permettere il perdono.
Siamo chiamati ad essere nel mondo un’esperienza di riconciliazione che dice a tutti la possibilità di iniziare di nuovo il cammino comune, una comunità che accoglie e che vede nell’altro più del suo errore, più del suo passato, perché scorge una speranza che anche in lui Cristo sia tutto. Noi siamo ambasciatori del messaggio di riconciliazione che il Signore, attraverso lo sguardo misericordioso di Maria, ci affida (cf. 2Cor 5,20).
L’essenziale è quel bambino che Nostra Signora di Bonaria tiene in braccio e, nell’altra mano, la luce che illumina, perché nessuna oscurità possa vincere, nessuna paura possa bloccarci. È una luce che dà calore, che indica una strada e che dice che le tenebre non vincono mai. C’è sempre un punto in cui il Risorto vince le tenebre del male. Quel punto è la nostra speranza. A quel punto, per abitare quel punto di luce, Maria ci guida con amore. Chiediamo la fede, amici, chiediamo la fede. Uno sguardo profondo, una libertà decisa, una fraternità accogliente, un messaggio di riconciliazione credibile.
