Lettera pastorale sul Coordinamento degli Oratori

Oratori di speranza, educare al futuro

Lettera sul Coordinamento degli Oratori

 

  1. Giovani, segni di speranza

Quest’Anno Giubilare è l’occasione per un rinnovato slancio della Chiesa verso i ragazzi e le ragazze che rappresentano la gioia e la speranza della Chiesa e del mondo. Papa Francesco chiede alle comunità cristiane di prendersene cura con rinnovata passione[1], per aiutarli a gustare la bellezza e il senso della vita.

I giovani sono portatori di una singolare ricchezza che l’uomo sperimenta in tale periodo della sua vita. Il Sinodo dei Vescovi del 2018, su I Giovani, la Fede ed il Discernimento Vocazionale, ha ribadito l’importanza dell’attenzione ai giovani: «Vogliamo essere collaboratori della vostra gioia affinché le vostre attese si trasformino in ideali. Siamo certi che sarete pronti a impegnarvi con la vostra voglia di vivere, perché i vostri sogni prendano corpo nella vostra esistenza e nella storia umana. […] La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno del vostro entusiasmo. Fatevi compagni di strada dei più fragili, dei poveri, dei feriti dalla vita. Siete il presente, siate il futuro più luminoso»[2].

 

  1. Oratorio e oratori: molte forme, un’unica passione educativa

Parte di questa cura è certamente l’oratorio, tra le più importanti istituzioni e opere educative della Chiesa in Italia a favore della gioventù[3]. La concreta figura dell’oratorio non è uniforme, ma dipende dalle vicende biografiche di grandi santi e figure esemplari, oltre che dai cammini storici delle diverse diocesi e zone d’Italia. Non vi è una teoria o un modello normativo di oratorio che preceda la sua esperienza concreta in una data Chiesa particolare o all’interno di un peculiare carisma ecclesiale[4]. A differenziare le diverse tradizioni di oratorio ha contribuito la necessità di prendersi cura dei giovani nella loro concreta situazione storica e ambientale: «Le precarie condizioni spirituali della gioventù cinquecentesca di Roma per San Filippo, l’esigenza di scolarizzazione e educazione cristiana per la diocesi ambrosiana nell’attuazione del Concilio di Trento, l’incontro di don Bosco con ragazzi “abbandonati e pericolanti”, spesso precocemente incarcerati a causa delle dure condizioni di vita nella Torino industriale di metà Ottocento: queste sono state le circostanze che hanno originato le diverse esperienze educative»[5]. Non a caso, il termine stesso oratorio vale a indicare una pluralità di realtà: un luogo destinato alla preghiera, un genere di musica, lo spazio di attività educative destinato ai giovani. La comunità ecclesiale si mostra una madre premurosa proprio per questa capacità di differenziare le attività di cura pastorale in relazione alle urgenze e ai bisogni degli uomini e delle donne del tempo.

Forse anche per l’assenza di una teoria unica dell’oratorio, nei suoi riguardi si usano spesso delle immagini. Mons. Ernesto Maria Piovella (Arcivescovo di Cagliari dal 1920 al 1949) parlava dell’oratorio come della «mistica nave che accoglie tutti, che affratella tutti, che fa giungere a tutti la buona parola, che da mezzo a chi fece qualche scappata di rimettersi in regola, che tiene sulla buona via tanti giovani che per l’ambiente perverso nel quale devono vivere, studiare, lavorare, andrebbero perduti»[6].

San Giovanni Paolo II impiegava l’immagine del ponte: «Rilanciate gli oratori, adeguandoli alle esigenze dei tempi, ponti tra la Chiesa e la strada, con particolare attenzione per chi è emarginato e attraversa momenti di disagio, o è caduto nelle maglie della devianza e della delinquenza»[7]. La stessa metafora ricorre nel magistero di papa Francesco: gli oratori sono «“ponte” con le famiglie, con il territorio, con la comunità ecclesiale e con la società. Tenete aperte le porte, ma soprattutto le braccia e i cuori». L’impegno di cura per i giovani, «è questione di amore di Dio e di amore alle anime»[8].

L’oratorio è per questo una “esperienza dinamica”, un importante snodo educativo, capace di esprimere stili educativi diversi. Il Documento finale del Sinodo dei Vescovi del 2018 parla degli oratori come di realtà che manifestano “la passione educativa della Chiesa”, nei quali, facendosi “casa accogliente per adolescenti e giovani”, essa trasmette un patrimonio educativo molto ricco e antico. Nel dinamismo di una Chiesa in uscita è, però, necessario pensare a un «rinnovamento creativo e flessibile di queste realtà, passando dall’idea di centri statici, dove i giovani possano venire, all’idea di soggetti pastorali in movimento con e verso i giovani, capaci cioè di incontrarli nei loro luoghi di vita ordinari – la scuola e l’ambiente digitale, le periferie esistenziali, il mondo rurale e quello del lavoro, l’espressione musicale e artistica, ecc. – generando un nuovo tipo di apostolato più dinamico e attivo»[9]. Occorre incontrare i giovani negli ambienti dove vivono e negli interessi che li attraggono, e questo non può avvenire senza renderli protagonisti di una nuova e più attiva azione pastorale.

Pensiamo a quanto Benedetto XVI diceva a Cagliari a proposito della “questione educativa”, circa la necessità che i giovani siano interiormente aperti, curiosi di imparare e di riportare tutto alle originarie esigenze ed evidenze del cuore, con una grande passione per la verità e circa la necessità di adulti (genitori e formatori) capaci di aiutare i giovani condividendo quanto di buono e di vero essi hanno personalmente sperimentato e approfondito di quel “cibo” necessario per vivere umanamente in modo pieno[10].

 

  1. I tratti per dire e fare Oratorio

Per far crescere l’esperienza dell’oratorio, è opportuno però fissare alcuni tratti del suo profilo ecclesiale.

1) Educazione alla fede. La preoccupazione primaria dell’oratorio è l’educazione alla fede, all’incontro vivo con Gesù Cristo. Il Vangelo, già sperimentato nell’accoglienza incondizionata e nella condivisione della vita quotidiana, può così «sprigionare tutta la sua carica di trasformazione dell’identità plasmando le personalità e dischiudendo la via della conversione o una ripresa del cammino di fede. In questo dinamismo di crescita umana e spirituale è stato sempre favorito anche il riconoscimento della propria vocazione»[11]. Sarebbe fuorviante considerare gli oratori unicamente come spazi di socializzazione e di momenti ricreativi o luoghi di proposte frammentate, perdendo di vista questa prospettiva profondamente unitaria. In questo senso, San Giovanni Paolo II poteva dire ai giovani, parlando degli oratori: «Condividendo la vita dei vostri coetanei nei luoghi dello studio, del divertimento, dello sport e della cultura, cercate di recare loro l’annuncio liberante del Vangelo»[12]. Gli oratori sono chiamati a realizzare la missione evangelizzatrice della Chiesa offrendo prossimità ai ragazzi e alle loro famiglie, in un ambiente in cui tutti possono sentirsi amati, accolti, sostenuti nel loro sviluppo culturale, sociale, umano e quindi spirituale. «Non smettere di lavorare per l’educazione, per supportare la famiglia, per comunicare la bellezza della fraternità»[13]. L’oratorio realizza una forma peculiare di carità educativa e pastorale, che occorre sempre adeguare e rilanciare perché sappia essere un punto di incontro tra la ricerca di vita felice e l’esperienza di Dio.

2) Pluralità di metodi e linguaggi. L’oratorio ha sempre saputo valorizzare la «qualità etica dei linguaggi e delle sensibilità giovanili»[14]: sport e musica, letteratura e arte, cinema e teatro, gioco e festa, volontariato e studio. Nella varietà dei linguaggi e delle attività, nell’oratorio si «impara a vivere»[15]. È questa caratteristica che fa dell’oratorio uno spazio per tutti, un luogo popolare rivolto ai figli e alle figlie del popolo e aperto a tutte le dimensioni della realtà e dei giovani. Papa Francesco invita in modo significativo a lasciarsi guidare, nella vita degli oratori, da questa legge di integralità, che esclude i “compartimenti stagni”: «Le vostre proposte ricreative, culturali e artistiche siano sempre finalizzate all’educazione integrale di bambini e ragazzi. Dobbiamo avere a cuore tutta la persona, tutte le sue dimensioni: affettiva, psicologica, spirituale, intellettuale, fisica»[16].

Nell’attuale contesto, grande importanza assume il linguaggio digitale che attraverso le nuove tecnologie sta ridefinendo il nostro modo di avere relazioni. La sfida del digitale non si risolve di certo con un impossibile ritorno al passato, ma con un atteggiamento critico che sappia inserire il linguaggio della nuova tecnologia nella vita, senza sostituirla. Per gli adulti è importante acquisire una conoscenza tecnica degli strumenti, capire il linguaggio che si sta usando e proporre una vera prospettiva di sapienza[17]. I nuovi linguaggi e le nuove tecnologie ci sfidano a un maggior impegno culturale e sociale[18]. Per questa sua capacità di parlare il linguaggio della vita, in tanti posti l’oratorio costituisce un importante ambiente di accoglienza e integrazione di ragazzi e ragazze provenienti da diversi paesi e culture.

3) Chiara appartenenza ecclesiale: «L’oratorio è espressione della cura materna e paterna della Chiesa. Nasce dall’amore della comunità ecclesiale per le nuove generazioni e, quindi, non può essere affidato ad altri soggetti, seppur competenti, che non abbiano le stesse finalità, perché quando viene meno una chiara appartenenza ecclesiale l’oratorio perde la sua identità»[19]. L’identità ecclesiale dell’oratorio è espressa a livello di Chiesa particolare nella comunione con il Vescovo, il quale può favorire un cammino unitario indicando per la Diocesi le principali linee educative e gli orientamenti pastorali degli oratori, anche attraverso un coordinamento diocesano. È importante sollecitare la collaborazione dell’oratorio con tutti i soggetti ecclesiali della parrocchia e del territorio, in primo luogo nei rispettivi vicariati foranei, oltre che con le associazioni, i movimenti e gli Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica. L’oratorio non può pensarsi come una realtà conclusa in sé e autosufficiente, ma esprime la propria identità ecclesiale promuovendo e accogliendo la collaborazione di tutti, singoli fedeli e realtà ecclesiali, alla sua missione; una collaborazione fondata sul rispetto dell’identità delle singole realtà ecclesiali e sulla condivisione di un progetto comune a beneficio dei giovani. Interpreti dell’identità ecclesiale dell’oratorio, per conto dell’intera comunità, sono i responsabili e gli educatori riuniti in équipe: «Chi assume il compito di educatore non può farlo semplicemente a titolo personale, ma deve sentirsi espressione della comunità: stimato e seguito, incoraggiato e sostenuto. Tale servizio, infatti, rappresenta una vera e propria chiamata: è una vocazione che ha bisogno del discernimento e del dovuto accompagnamento formativo»[20]. L’educatore vive nella comunità e ne esprime la cura, la promozione, il sostegno, ma è tutta la comunità a doversi sentire coinvolta nella vita e attività dell’oratorio, che a sua volta può svolgere la propria vocazione educativa solo nella viva e concreta comunione e nella partecipazione attiva alla vita della comunità ecclesiale di riferimento. Anche dal punto di vista giuridico bisogna assicurare che l’oratorio rimanga espressione della comunità ecclesiale, in generale della parrocchia o di gruppi di parrocchie, oppure della diocesi. Può ritenersi opportuno, talvolta, svolgere alcune attività in collaborazione con associazioni sportive e culturali, gruppi ed enti di diversa tipologia, ma occorre in ogni caso assicurare, anche in modo giuridicamente valido, il riferimento diretto alla comunità ecclesiale e a coloro che esprimono legittimamente la guida (parroco, rettore, responsabile, ecc.)[21].

Pertanto, occorre che l’oratorio abbia una chiara impostazione ecclesiale ed educativa, uno «stile intenzionale, pensato e voluto, e per quanto è possibile organizzato», imperniato su un progetto educativo nel quale la comunità e l’équipe, nel confronto e nella condivisione continui, definiscano gli obiettivi, i tempi, le attività, i percorsi, le verifiche. Nel progetto educativo dell’oratorio, occorre aver chiarito «le motivazioni di ciò che propone, scelto il “come” realizzarlo e individuato il “chi” si farà carico di dare seguito a tali indicazioni»[22].

Chi pensa l’oratorio, non può che farlo allora in un’ottica di “Patto educativo”, disponibile «a dialogare sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta e sulla necessità di investire i talenti di tutti, perché ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente»[23].

 

  1. Il Coordinamento Diocesano degli Oratori

Sono per questo assai lieto che ora possa meglio strutturarsi e operare quel Coordinamento Diocesano degli Oratori da me istituito, all’interno dell’Ufficio di pastorale giovanile, nell’ottica di una pastorale integrata, con Decreto del 21 gennaio 2022 con il compito di:

– promuovere il valore educativo dell’oratorio per la crescita nella fede dei ragazzi;

– proporre linee e progetti di pastorale diocesana degli oratori, in armonia con gli orientamenti della Chiesa universale e della Conferenza Episcopale Italiana;

– accompagnare le comunità parrocchiali e le comunità educative degli oratori, nella strutturazione, attuazione e verifica dei progetti educativi;

– predisporre cammini ed esperienze di formazione per gli educatori e gli animatori di oratorio;

– offrire criteri di discernimento e azione su aspetti della vita e dell’organizzazione, anche giuridica, dell’oratorio[24].

Tanto più nel contesto culturale e sociale attuale, una soluzione durevole può affermarsi e consolidarsi solo grazie a un’azione comunitaria, mai solitaria o frammentaria, che dia a tutti il senso di partecipare a un condiviso e fecondo processo di cambiamento.

 

  1. Conclusioni

In quest’Anno Santo, e in occasione dell’avvio delle attività del Coordinamento diocesano, è importante che gli oratori si confrontino sui propri programmi e stili educativi e che l’attività oratoriale, con le sue specificità, si inserisca in maniera sempre più organica nell’ambito della pastorale giovanile. In particolare, nei vicariati foranei si possono utilmente condividere le diverse esperienze presenti sul territorio verificando in particolar modo forme di solidarietà e di comunione. In un rispettoso confronto e nel dialogo, grazie all’azione dello Spirito e all’intelligenza di fede del popolo di Dio, si potranno scorgere le strade perché l’oratorio possa essere un segno profetico e una missionaria espressione della carità educativa della comunità cristiana.

Questa lettera viene consegnata in occasione della festa di San Giovanni Bosco, Padre e Maestro della gioventù, che, mosso dallo Spirito Santo, fu capace di andare incontro ai giovani con una proposta educativa davvero evangelica, basata sulla fede, la ragione e l’amorevolezza. Fu proprio la realtà dell’oratorio, declinata secondo le domande educative del suo tempo, una delle proposte più decisive promosse dal suo genio pedagogico.

Facciamo nostro, pensando ai giovani e alle giovani della diocesi di Cagliari, l’invito che san Giovanni Paolo II fece a tutta la Chiesa lasciandosi ispirare proprio da don Bosco: «Andiamo ai giovani: ecco la prima e fondamentale urgenza educativa. “Il Signore mi ha mandato per i giovani”: in questa affermazione di san Giovanni Bosco scorgiamo la sua opzione apostolica di fondo, che s’indirizza ai giovani poveri, a quelli di estrazione popolare, a quelli più esposti ai pericoli»[25].

Affidiamo alla Vergine Maria il nostro proposito di servire il desiderio di vita buona e di felicità che è presente nel cuore di ogni giovane.

La grazia, la misericordia e la pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro Signore.

 Giuseppe BATURI
Arcivescovo Metropolita di Cagliari

31 gennaio 2025

Memoria di San Giovanni Bosco, sacerdote

 

[1]   Francesco, Spes non confundit. Bolla di indizione del Giubileo Ordinario dell’Anno 2025, 9 maggio 2024, n. 12.

[2]   Lettera dei Padri Sinodali ai giovani al termine della XV Assemblea Generale Ordinaria. I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

[3]   Cf. Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 4 ottobre 2010, n. 34.

[4]  Conferenza Episcopale Italiana, Il laboratorio dei talenti. Nota pastorale sul valore e la missione degli oratori nel contesto dell’educazione alla vita buona del Vangelo [d’ora in poi: CEI, Il laboratorio dei talenti], 2 febbraio 2013, nn. 2-4. La Nota individua tre grandi matrici di una possibile memoria dell’Oratorio: la tradizione filippina, sorta con San Filippo Neri (1515-1595), la tradizione ambrosiana e lombarda, con l’opera di grandi Vescovi, quali San Carlo Borromeo (1538-1584), il cardinale Federico Borromeo (1564-1631), il Beato cardinale Andrea Carlo Ferrari (1859-1921), e la tradizione piemontese, con San Giovanni Bosco (1815-1888), Santa Maria Domenica Mazzarello (1837-1881), San Leonardo Murialdo (1828-1900) e tanti altri eminenti educatori torinesi piemontesi. Cf. anche L. Ramello, «L’oratorio: uno stile di prossimità», in Servizio nazionale per la pastorale giovanile della CEI, I ragazzi dell’oratorio. Una rilettura della Nota dei vescovi italiani, Bologna 2013, 11-25; P. Triani, «Istantanee in movimento. Lo spazio-oratorio tra tradizione e cambiamento», in A. Augelli – A. Malandri (eds.), Ma che lavoro fai? Ambivalenze e peculiarità dell’educatore professionale di oratorio, Brescia 2016, 15-24.

[5]   CEI, Il laboratorio dei talenti, n. 5.

[6]   E. M. Piovella, Lettera pastorale Congresso Catechistico e degli Oratori festivi, Cagliari 7 ottobre 1934, in T. Cabizzosu (cur.), Ernesto M. Piovella. Lettera Pastorali (1920-1949), Cagliari 2008, 377.

[7]   Giovanni Paolo II, Discorso ai giovani di Roma, 5 aprile 2021, n. 5.

[8]   Francesco, Discorso ai membri dell’Associazione Nazionale San Paolo Italia (ANSPI), 7 dicembre 2023.

[9]   Documento finale del Sinodo dei Vescovi sui Giovani, la Fede ed il Discernimento Vocazionale (27 ottobre 2018), n. 143.

[10] Cf. Benedetto XVI, Incontro con i giovani di Cagliari in Piazza Yenne, 7 settembre 2008.

[11] CEI, Il laboratorio dei talenti, n. 5.

[12] Giovanni Paolo II, Discorso ai giovani di Roma, 5 aprile 2021, n. 5.

[13] Francesco, Discorso ai membri dell’Associazione Nazionale San Paolo Italia (ANSPI), 7 dicembre 2023.

[14] Ibid., n. 5.

[15] Benedetto XVI, Incontro con i ragazzi e le ragazze della cresima, Milano 2 giugno 2012: «L’oratorio, come dice la parola, è un luogo dove si prega, ma anche dove si sta insieme nella gioia della fede, si fa catechesi, si gioca, si organizzano attività di servizio e di altro genere, si impara a vivere, direi. Siate frequentatori assidui del vostro oratorio, per maturare sempre più nella conoscenza e nella sequela del Signore!».

[16]  Francesco, Discorso ai membri dell’Associazione Nazionale San Paolo Italia (ANSPI), 7 dicembre 2023.

[17] Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Antiqua et nova: Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, 28 gennaio 2025, n. 117: «Nella prospettiva della sapienza, i credenti saranno in grado di operare come agenti responsabili capaci di usare questa tecnologia per promuovere una visione autentica della persona umana e della società, a partire da una comprensione del progresso tecnologico come parte del disegno di Dio per la creazione: un’attività che l’umanità è chiamata a ordinare verso il Mistero Pasquale di Gesù Cristo, nella costante ricerca del Vero e del Bene».

[18]  Centro studi per la scuola cattolica, Emergenze educative, Roma 2024, 216.

[19]  CEI, Il laboratorio dei talenti, n. 22.

[20] CEI, Il laboratorio dei talenti, n. 22. Circa gli educatori di oratorio, cf. A. AUGELLI – A. MALANDRI (eds.), Ma che lavoro fai? Ambivalenze e peculiarità dell’educatore professionale di oratorio, Brescia 2016.

[21] CEI, Il laboratorio dei talenti, n. 27.

[22] CEI, Il laboratorio dei talenti, n. 18.

[23] Francesco, Messaggio per il lancio del Patto educativo, 12 settembre 2019.

[24] https://www.chiesadicagliari.it/2022/01/21/decreto-di-istituzione-del-coordinamento-diocesano-degli-oratori/.

[25] Giovanni Paolo II, Lett. ap. Iuvenum Patris, 31 gennaio 1988, n. 14.

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