Il verace amore di Cristo: la Quaresima alla scuola di san Francesco

Mercoledì delle Ceneri
Cattedrale di Cagliari, 18 febbraio 2026

Com’è duro e preciso Gesù con gli ipocriti (cf. Mt 6,1-6.16-18), quelli che fanno l’elemosina per essere lodati dalla gente e non per amore del prossimo, che pregano per essere visti dagli altri e non per ringraziare e supplicare Dio, che digiunano per farsi vedere e non per sentire la fame di Dio. L’ipocrita è simile all’attore, simula all’esterno (attraverso comportamenti, gesti e parole) sentimenti che non corrispondono a quelli del suo cuore. Ciò che vuol far conoscere agli altri è diverso da quel che lo muove nell’intimo (nel “segreto”). L’ipocrita vive questa contraddizione perché preferisce cercare il plauso della gente piuttosto che incontrare lo sguardo del Padre che «vede nel segreto». Siamo tutti ipocriti quando poggiamo la vita sul consenso degli uomini piuttosto che sull’amicizia di Dio.

La conversione che in questo tempo di quaresima invochiamo, invece, supera (almeno nel desiderio) l’ipocrisia. La conversione è l’evento interiore che tocca il cuore, apre la visione e l’udito, e che si manifesta nella forma esterna, nel nostro rapporto con Dio, con le cose e le persone.

L’evento che unifica la persona è l’amore alla persona di Gesù Cristo, che nel digiuno impariamo a sentire come nostro nutrimento, che nella preghiera impariamo a riconoscere come il “tu” che ci sostiene, e al quale nell’elemosina impariamo a conformarci nella povertà e nell’amore ai fratelli. La conversione è l’accadimento di questo amore, senza il quale la grande storia del cristianesimo non diventa storia personale, la mia storia. Sant’Agostino afferma che credere è «toccare [Gesù] con il cuore» (Discorso 229/L, 2). Il cammino della quaresima è lo spazio di tempo offerto dalla madre Chiesa per imparare a toccare Gesù Cristo con il cuore e per lasciare che la sua parola e la sua sacramentale e fraterna presenza ci tocchi nell’intimo.

Quest’anno celebriamo gli 800 anni dalla morte di San Francesco, che visse proprio questo amore. Durante quest’anno, il suo esempio ci faccia compagnia. Dal momento che incontrò il crocifisso a San Damiano, scrivono le fonti, «il suo cuore fu ferito e si struggeva al ricordo della passione del Signore» (Leggenda dei tre Compagni, 14). Tutto ciò che Francesco è stato e che ha fatto, la novità che ha generato nella storia della Chiesa e del mondo, ha qui, in questo avvenimento d’amore, la sua radice. L’origine generativa di tutta la sua esistenza è la viva memoria di Dio, la cui espressione ultima è il mistero d’amore della croce.

Quando si spogliò dei beni del padre dichiarò: «Finora ho chiamato Pietro di Bernardone padre mio. Ma dal momento che ho deciso di servire Dio, gli rendo il denaro per il quale era irritato e tutti i vestiti avuti dalla sua sostanza, e d’ora in poi voglio dire: “Padre nostro, che sei nei cieli”, non “padre Pietro di Bernardone”» (Ibid., 20). Il gesto della spoliazione volontaria è un atto d’amore, e quindi di povertà, di preghiera, in modo che nulla si frapponga tra il cuore e Dio. La forma esterna coincide con l’avvenimento interiore. La preghiera diventa povertà, libertà da tutto, affidamento alla provvidenza del “Padre nostro”. Che densità aveva per lui quella preghiera che spesso recitiamo con distrazione? Che effetto deve avere, d’altra parte, la preghiera se non il lasciarsi generare da questo Padre nostro che è nei cieli e vede nel segreto? L’impegno di preghiera della quaresima non esige primariamente dire più preghiere ma prendere sul serio le parole con cui la Chiesa ci fa pregare. Che le parole diventino vita!

L’amore che tocca il cuore, nel tempo e secondo la modalità che solo Dio sceglie, si mostra con evidenza nella forma esterna della vita, come mostra il dono delle stimmate, che è l’evento per il quale diventa visibile all’esterno «quest’amore infiammato e l’incessante memoria della passione di Cristo, che [Francesco] portava in cuore» (Ibid., 69). Ciò che portava nel cuore diventava miracolosamente visibile all’esterno, nella sua viva carne. Le fonti raccontano che il miracolo avvenne mentre Francesco era in preghiera e «una tenera compassione lo trasformava in Colui che, per eccesso di amore, volle essere crocifisso» (Ibid., 69). San Bonaventura legge l’evento in modo analogo, con parole impressionanti: «Il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nella immagine stessa dell’amato» (Leggenda maggiore, 13.5). L’amore di Cristo cambia sia il segreto che la forma della vita, donando all’amante la stessa immagine dell’amato.

Cari amici e fratelli, la quaresima serve a implorare e a custodire il dono di questa “tenera compassione” che ci trasforma in Cristo. Pensiamo in quest’ottica, ad esempio, la pratica settimanale della Via crucis. Il contrario dell’ipocrisia è un amore che imprime in noi la forma stessa dell’amato. Chi non desidera questa intensità? E non è questa la vera definizione della testimonianza cristiana, ossia il rendere in qualche modo visibile e sperimentabile per tutti Colui che amiamo? La Chiesa e il mondo hanno bisogno soprattutto di persone che amano così.

Il “verace amore di Cristo” bruci ogni nostra ipocrisia, ottenga il perdono dei nostri peccati e ci trasformi nell’immagine stessa di Cristo, sommamente amato.

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