
Un testo dell’Arcivescovo monsignor Giuseppe Baturi in vista della visita all’Hospice dell’Ospedale Businco di Cagliari mercoledì 1 aprile 2026
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Avvicinarsi alla fragilità dell’uomo significa entrare in uno spazio profondamente umano e, in qualche modo, sacro, dove la vita si manifesta nella sua verità più essenziale. L’esperienza dell’hospice ci pone davanti a questo mistero con particolare evidenza: ogni persona, anche quando è segnata dalla malattia e dal limite, conserva una dignità inviolabile che non viene meno e che chiede rispetto, cura e accompagnamento.
Come ha ricordato Benedetto XVI, «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente». È in questo rapporto che si gioca la qualità della nostra vita personale e comunitaria. Nel tempo della sofferenza, infatti, il rischio più grande è quello della solitudine. Accade quando il dolore sembra isolare, quando le parole si fanno più rare e quando anche le relazioni possono indebolirsi. In quei momenti, accanto al letto di chi soffre, il tempo sembra rallentare e ogni gesto acquista un peso diverso.
Per questo le cure palliative non sono soltanto un insieme di interventi sanitari, pur necessari e preziosi, ma esprimono uno stile: quello della prossimità. È una presenza discreta e competente, capace di alleviare il dolore e, insieme, di custodire la persona nella sua interezza, senza ridurla alla malattia. La relazione di fiducia diventa allora decisiva: come ricorda Papa Francesco, «la malattia ha sempre un volto», e ogni persona chiede di essere riconosciuta nella sua unicità.
La vita non perde valore quando si fa fragile. Non diventa meno degna quando diminuiscono le forze o quando viene meno l’autonomia. La vita non è mai disponibile, neppure quando è segnata dal limite. Proprio nella debolezza emerge con maggiore evidenza ciò che conta davvero: il bisogno di relazioni autentiche, di gesti semplici, di uno sguardo che sappia riconoscere la persona per ciò che è. Accompagnare chi vive il tratto finale dell’esistenza significa affermare con chiarezza che nessuno è mai un peso e che ogni vita è sempre degna di essere vissuta e amata fino alla fine.
In prossimità della Pasqua, questo sguardo si illumina di una luce ancora più profonda. Cristo, che ha attraversato fino in fondo la sofferenza e la morte, condividendo la condizione umana in tutta la sua fragilità, ci mostra che il dolore non è l’ultima parola sulla vita. Come ricorda ancora Papa Francesco, Egli si fa vicino all’uomo ferito e lo raggiunge nella sua condizione. La speranza cristiana non elimina la prova, ma la abita, aprendola a un orizzonte di senso che va oltre il limite e oltre la paura.
La visita all’hospice diventa così un segno concreto per tutta la comunità: un invito a riconoscere, sostenere e valorizzare quanti, ogni giorno, si prendono cura della vita nella sua fase più delicata. Medici, operatori, volontari e familiari testimoniano, spesso nel silenzio e nella discrezione, che la risposta alla sofferenza non è l’abbandono, ma la vicinanza; non la rassegnazione, ma la cura. È responsabilità della comunità cristiana non lasciare soli questi luoghi e queste persone, ma accompagnarli con attenzione, gratitudine e sostegno.
In questi luoghi si impara anche il valore del tempo, che non è più misurato dall’efficienza, ma dalla qualità della relazione. Ogni istante può diventare prezioso: una parola, uno sguardo, una presenza fedele. Si comprende, inoltre, quanto sia importante sostenere le famiglie, spesso chiamate a condividere il peso della malattia con amore e dedizione, ma anche con fatica e smarrimento. La sofferenza trova sollievo quando è condivisa e accompagnata da una presenza che non abbandona.
È dentro questa rete di relazioni che la vita continua a fiorire, anche quando appare più fragile. Ed è qui che possiamo imparare, ancora una volta, che ogni esistenza è un dono, da accogliere, custodire e accompagnare con rispetto, fino al suo compimento, nella speranza che non delude.
+ Giuseppe Baturi
Arcivescovo
