Da Cagliari a Loreto: l’esperienza di un seminarista nel Santuario delle Marche

Per alcune settimane, sulle pagine del sito diocesano, vogliamo offrire ai lettori uno sguardo diretto sulle esperienze vissute dai seminaristi del terzo anno pastorale della nostra diocesi. Un tempo formativo che, secondo le indicazioni della nuova Ratio Nationalis, invita a uscire dai confini della pastorale ordinaria per incontrare altri contesti ecclesiali, sociali e culturali. Oggi dialoghiamo con Alberto Caocci, 26 anni, originario della parrocchia cagliaritana di San Francesco, entrato in seminario dopo la laurea in Lettere classiche e impegnato per oltre due mesi nella Prelatura di Loreto.

Dal 20 ottobre hai vissuto per oltre due mesi a Loreto. Che esperienza è stata?

È stato un tempo intenso e sorprendente. Ho abitato nel Palazzo Apostolico, condividendo la quotidianità con l’arcivescovo Fabio Dal Cin, il vicario generale e il cancelliere. Loreto è una prelatura di circa 13.000 abitanti ma, per la sua conformazione, tutto ruota attorno alla Basilica: di fatto è come una grande parrocchia. La Delegazione Pontificia gestisce anche un ristorante per i pellegrini, due strutture alberghiere, una casa per esercizi spirituali e un’azienda agricola. Questa realtà mi ha aiutato a comprendere quanto il ministero del vescovo sia spirituale e pastorale e insieme amministrativo e gestionale. Se Maria ha scelto la parte migliore, talvolta è necessario anche l’impegno operoso di Marta.

Qual era la tua giornata tipo in Basilica?

La mattina lavoravo in Basilica affiancando i dipendenti, tra cui alcune coppie di sposi che vivono una forma di consacrazione nella loro unione. Con loro mi occupavo di mantenere l’ordine e la pulizia degli ambienti. Molto tempo era dedicato all’accoglienza dei pellegrini: ogni giorno arrivavano persone da tutto il mondo e, pur tra difficoltà linguistiche, nei dialoghi semplici e a volte incerti si riusciva comunque a comunicare l’Essenziale.

Un capitolo importante è stato quello della casa famiglia

Nel pomeriggio prestavo servizio in una casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, che accoglie ragazzi con disabilità grazie alla generosità di una coppia di sposi. Le ore scorrevano tra partite a carte, giochi e chiacchiere. Non si trattava però di un semplice “babysitteraggio”: è stata una vera scuola d’amore. In quegli occhi si percepiva un desiderio concreto di essere amati, al di là dei loro “difetti di fabbrica”, come li chiamavano con ironia. Mi ha colpito in particolare la tenerezza con cui Fabrizio e Maria Grazia si prendevano cura di Francesca, una ragazza sorda, cieca e non autosufficiente. Davanti a quell’amore veniva spontaneo pensare che, se l’amore umano può arrivare a tanta profondità, quello di Dio dev’essere davvero inesprimibile.

A Loreto emerge una forte attenzione alla famiglia: come si traduce concretamente nella pastorale?

Ho potuto vedere la grande cura nella preparazione degli incontri per le coppie di futuri sposi e partecipare ai ritiri per gli sposi. L’azione pastorale, tuttavia, prevede anche incontri per vedovi, divorziati e separati. Oltre ad apprendere un metodo di lavoro efficace, ho colto la profonda attenzione a non lasciare indietro nessuno. Questa cura, nella maggior parte dei casi, ha portato molti frutti, tra cui la riconciliazione con la Chiesa.

Se dovessi riassumere quanto vissuto con un’immagine?

Un giorno l’Arcivescovo mi ha fatto notare che, con il passare delle settimane, molti ormai mi consideravano di casa. Proprio nel luogo in cui è custodita la Santa Casa ho potuto così sperimentare il volto di una Chiesa che diventa davvero casa: concreta e accogliente, capace di unire cielo e terra nella quotidianità della vita.

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