Natale del Signore – Messa vespertina nella vigilia
Cappella dell’Ospedale Oncologico Armando Businco di Cagliari, 24 dicembre 2025
Sta diventando una bella tradizione questa celebrazione vigiliare nella cappella dell’Ospedale Oncologico Armando Businco di Cagliari, che già annuncia l’evento meraviglioso del Natale: «Oggi saprete che il Signore viene a salvarvi: domani vedrete la sua gloria» (Antifona d’ingresso). Oggi sapremo, domani vedremo. Il rapporto con il fine di tutto, con la nostra salvezza, è fatto di date, di tempo, di oggi e di domani, di luoghi. Il Verbo si fa carne (cf. Gv 1,14) ed entra nel tempo, nella nostra storia, che per questa ragione è al tempo stesso umana e divina, storia di uomini e storia di Dio. È storia dell’Emmanuele, il Dio con noi (cf. Mt 1,23), storia perciò del nostro rapporto con Lui. Ieri, oggi, domani. Per tutti noi, d’altra parte, la vita è segnata da fatti e incontri che accadono nel tempo.
Dei fatti di salute, poi, che vi hanno portato qui, ricordate i giorni e le circostanze. Ogni parola udita qui dentro ha un peso particolare, incontrando le paure e le attese che costituiscono nel profondo il sentimento di noi stessi e della vita. In questo ambiente di cura, a contatto con la fragilità e l’incertezza del futuro, con la mortificazione del corpo ammalato e la speranza della guarigione, diventiamo a noi stessi una grande domanda. Perché? Che significa? Che cosa ci aspetta? E chi può rispondere a questi interrogativi se non Dio, Colui che tutto sa e può? Non è forse lui il Signore amante della vita e l’amico degli uomini? Il Salmista gli grida la condizione di tutti coloro che si sentono prigionieri e i cui occhi si consumano nella sofferenza: «Signore, Dio della mia salvezza, // davanti a te grido giorno e notte. // Giunga fino a te la mia preghiera, // tendi l’orecchio alla mia supplica» (Sl 88,2-3). E ancora: «Io, Signore, a te grido aiuto // e al mattino viene incontro a te la mia preghiera. // Perché, Signore, mi respingi? // Perché mi nascondi il tuo volto?» (14-15). Sì, ci si sente abbandonati quando Dio nasconde il volto e tace di fronte al nostro grido.
Il profeta Isaia (62,4-5) annuncia il grande amore che ci riscatta da ogni abbandono:
Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra Sposata,
perché il Signore troverà in te la sua delizia
e la tua terra avrà uno sposo.
Sì, come un giovane sposa una vergine,
così ti sposeranno i tuoi figli;
come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.
Dio non ci abbandona. Ci ama in modo tale che nessun male possa davvero devastarci. La fede è riconoscere questo amore sponsale e affidarsi ad esso. Siamo amati in modo così totale. Non abbandonati o devastati, mai, ma sposati da un Dio di cui siamo la gioia! Il Natale è l’annuncio di questo amore e della gioia di Dio stesso.
La luce del Natale, cari amici e fratelli, è la sorpresa che questa promessa si è compiuta in modo unico. Dio ha parlato e ha mostrato il suo volto nel volto luminoso e candido di un bambino nella capanna di Betlemme, nel volto d’amore sofferente sul Golgota. Dio parla facendosi uno di noi, facendosi vicino nel volto di carne di Gesù. Ha scritto il papa nell’Esortazione apostolica Dilexi te: «Non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata. Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo» (n. 110). Dio risponde unendosi a ciascuno di noi, facendosi carne che si ammala e soffre! Gli ammalati sono la carne di Cristo, di Lui che tutti accoglie nell’abbraccio d’amore del Padre suo e nostro.
Risponde Dio facendosi nostro fratello, provando compassione per le nostre sofferenze che tutte ha condensato nel suo stesso corpo sofferente e ferito. Non esitiamo a stringerci a Lui, a dargli la nostra confidenza, ad accogliere la Sua, a prenderlo come compagno di viaggio e guida sicura. Diventi, proprio nella malattia, nostro amico.
Siamo grati ai medici, infermieri e operatori sanitari, ai cappellani ospedalieri, ai dirigenti che si prendono cura dei malati e, in qualche modo, dei loro familiari. La gratitudine e ammirazione è anche per i volontari e per tutti coloro che, come Maria sotto la croce, “stanno” accanto ai fratelli che soffrono, testimoniando la fedeltà alla vocazione di ogni cristiano di essere prossimo all’uomo che soffre.
L’ospedale è una specie di santuario di umanità, sofferenza, fede e speranza. In questa cappella e in ogni camera il dolore può aprirsi alla speranza e trovare un misterioso alleviamento nella carità degli altri. La carità dei fratelli, infatti, rende più facile credere al mistero del Natale.
Apriamoci con fiducia all’annuncio di salvezza di questa notte e come Giuseppe (Mt 2,24) anche noi prendiamo con noi Maria, la Madre di Dio e Madre nostra.
