Natale del Signore Messa nella Notte

Natale del Signore 2025

Messa della Notte

Basilica Cattedrale di Cagliari

Cari fratelli e amici, stiamo ricevendo in queste ore una gran quantità di messaggi augurali. Alcuni si limitato a contenere un generico “Buon natale”, altri aggiungono particolari aspirazioni: di serenità, di pace, di gioia… Mi sembra che facendo gli auguri ciascuno in fondo manifesti i propri desideri o li lasci inespressi per poter tutto comprendere, come quella manna che, come afferma la Scrittura, «si adattava al gusto di chi ne mangiava, // si trasformava in ciò che ognuno desiderava» (Sap 16,21). Il gusto degli auguri dipende anche da ciò che ciascuno desidera. E noi, qui riuniti, che cosa desideriamo? Con che gusto e con quali aspettative siamo giunti stanotte in Chiesa?

«Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9). La luce di questa notte ci illumini sul valore della nostra fede e ci stringa a Gesù Cristo.

Nel suo recente viaggio in Turchia, Papa Leone ha esortato tutti noi, a 1700 anni dal Concilio di Nicea, a saper «cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani» (28.11.2025), avvertendo il rischio di quell’«arianesimo di ritorno» che consiste nel guardare a Gesù con una ammirazione puramente umana, come per un grande sapiente, personaggio di grande statura etica e religiosa, ma «senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi». Anche tra noi la fede rischia di assomigliare a un sentimento privo di legami comunitari, sostanzialmente irrilevante rispetto al senso del lavoro, degli affetti, dell’agire sociale, magari capace di suggerire buoni impulsi, ma senza la coscienza lieta della grazia, senza la gioia della presenza del Figlio di Dio tra noi. Anche tra noi, Gesù Cristo è talvolta più presupposto che adorato. Il punto fondamentale è la fede in Gesù Cristo, che non è un personaggio del passato, ma è il Figlio di Dio vivente, è presente in questo nostro bellissimo e drammatico frangente personale e sociale, punto di convergenza della creazione e della storia, origine e fine di ogni cosa. Il Papa insiste nel chiedere di riscoprire «l’unità e l’essenzialità della fede cristiana attorno alla centralità di Cristo e alla tradizione della Chiesa» e pone domande che stanotte serve rilanciare: «Chi è Gesù per noi? Cosa significa, nel suo nucleo essenziale, essere cristiani?». Per favore, nessuno consideri queste domande buone per altri, ma non per se stessi, oppure buone per altri tempi (quelli del catechismo), ma non per l’oggi. Sono domande vere perché riguardano me e oggi.

Stanotte ciascuno di noi è raggiunto, dentro la propria esperienza, dalle parole liberanti dell’angelo del Signore: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Questo è il nucleo essenziale della fede, la persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, presente qui e ora, per noi nato, morto e risorto, unico nostro Salvatore. «Oggi»: è Dio perché presente in ogni oggi della storia.

«Non temete». La centralità di Cristo suscita il desiderio che questa parola di certezza, raggiunga tutti gli uomini e i popoli, nelle case, negli ospedali e nelle carceri. In qualsiasi condizioni ti trovi, non temere. Oggi è nato un Salvatore più forte del male e della divisione, vittorioso su ogni brutta possibilità e sulla stessa morte. Preghiamo il buon Dio perché questo annuncio raggiunga tutti i popoli e gli uomini che camminano nelle tenebre e che abitano in terra tenebrosa. La luce che avvolse i pastori nel campo di Betlemme illumini gli uomini in ricerca, quanti si interrogano sul senso delle cose, quanti soffrono nel corpo, nella mente e nello spirito, quanti non riconoscono più un senso al loro cammino e vivono l’ombra della solitudine e dell’incertezza. Quella luce dia speranza ai giovani e saggezza agli anziani, perché non temano l’eternità che si avvicina. Pensiamo alle popolazioni che in questo momento di guerra sono costrette a vivere senza energia elettrica e riscaldamento, o al buio nelle trincee dell’Ucraina, e dei campi di battaglia del Sud Sudan, del Congo e di troppi altri conflitti. A quanti muoiono in viaggio per una speranza di felicità, come è ancora accaduto nel mar Mediterraneo anche oggi. Possa brillare nella notte di tutti quella grande luce che moltiplica la gioia e aumenta la letizia (cf. Is 9,1-2).

«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Desideriamo la semplicità dello sguardo di fede che vede un bambino povero e riconosce un Salvatore. Gli occhi della nostra mente, talvolta, rimangono prigionieri dell’apparenza o della superficie delle cose. Per questo ci smarriamo, perché non c’è profondità nel nostro sguardo. La fede dà profondità allo sguardo! Gesù Cristo illumini gli occhi del nostro cuore per saper riconoscere nella realtà il “segno” che manifesta la presenza o la domanda di Dio. Tutto lo invoca, tutto lo testimonia.

Desideriamo quell’amore che sa accogliere il Signore che nasce povero, «avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia», in ogni prossimo che incontriamo. Ha scritto il papa nell’Esortazione apostolica Dilexi te: «Non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata. Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo» (n. 110). Accogliere la carne di Cristo è andare verso i nostri fratelli più bisognosi nella certezza che l’Emmanuele si è in qualche modo unito a ciascuna carne e a tutti noi. È il principio di un mondo nuovo, di una nuova economia e architettura politica, di una nuova socialità. I poveri sono la carne di Cristo. In fondo, davanti a quella mangiatoria, possiamo accogliere anche noi stessi, cosa non sempre facile, nella nostra indigenza e povertà e voler bene alla nostra vita, senza pretendere più di quel che ci è donato.

Davanti al Bambino di Maria, desideriamo realmente vivere la centralità detta dal papa, facendo nostri i sentimenti di San Bonaventura che così pregava: «Te sempre ambisca, Te cerchi, Te trovi, a Te protenda, a Te sopraggiunga, Te mediti, di Te parli, e tutto operi a lode e gloria del tuo nome, con umiltà e discrezione, con amore e consolazione, con facilità e affetto, con perseveranza sino alla fine; perché Tu solo sia sempre la mia speranza, la mia fiducia, la mia ricchezza, il mio diletto, la mia allegrezza, la mia gioia, il mio riposo e la mia tranquillità, la mia pace, la mia soavità, la mia dolcezza, il mio cibo, la mia refezione, il mio rifugio, il mio aiuto, la mia sapienza, la mia parte di eredità, il mio possesso, il mio tesoro, a cui siano sempre fissati, saldi ed inamovibili, la mia anima e il mio cuore». È Cristo la ragione, l’amore, la verità del vivere. Il rapporto con lui ci libera dal peso ingombrante del nostro io, troppo insufficiente per poterci soddisfare.

Cari amici e fratelli, che questa notte santa ci faccia struggere del vero desiderio, ci faccia gustare la vera dolcezza, ci consenta di gioire del vero amore. E Tu, Bambino di Betlemme, fa che non viviamo più per noi stessi ma per te, che sei «il vero desiderio e l’inesprimibile giubilo di coloro che ti amano» (Preghiera bizantina).

 

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