San Saturnino 2026
Messaggio alla Città
Primi Vespri, Basilica di San Saturnino, 29 ottobre 2026
Cari confratelli nel sacerdozio,
Gentili autorità civili e militari,
Fratelli e sorelle tutti in Cristo,
è bello incontrarci in occasione dell’annuale celebrazione di San Saturnino, patrono della città di Cagliari. Vorrei quest’anno riprendere alcune riflessioni di Papa Leone, contenute nella recente Lettera enciclica Magnifica humanitas sulla custodia dellapersona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il Ponteficesi serve di due potenti icone bibliche, riguardanti proprio la città.
La prima è quella di Babele (cfr Gen 11,1-9). Gli uomini vogliono costruire una città forte e una torre capace di toccare il cielo, per garantirsi potere, stabilità e fama. Si muovono dentro un’unità di lingua, di programma, di scopo. L’insidia nascosta nelprogetto è, però, che si tratta di «un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione». In fondo è il progetto perseguito dalle persecuzioni dell’Impero Romano contro i cristiani, sotto le quali muore il giovane Saturnino, come di tutte le persecuzioni. Diocleziano, in un tempo di crisi dell’Impero, intende ripristinare la coesione sociale attraverso il rinvigorimento dei culti tradizionali, l’affermazione di una concezione sacrale del dominus e la repressione delle differenze religiose, principalmente di quella cristiana. Il paradosso indicato dal testo biblico è che questa pretesa orgogliosa della città spezza i legami, confonde le lingue, conduce all’incomprensione tra gli uomini. La ricerca dell’unità come uniformità porta alla dispersione e all’impossibilità di comunicare. «Babele rivela così – conclude Leone XIV – il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio».
La seconda icona biblica riguarda la ricostruzione delle mura di Gerusalemme ad opera di Neemia (cfr Ne 2-6). È un momento di grande difficoltà nella storia di Israele. Gerusalemme è in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate. Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, giunto in città, esamina i luoghi e convoca le famiglie, affidando a ciascuna un tratto di muro da ricostruire. Ascolta le paure, coordina gli sforzi di tutti, contrasta le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di un potente, ma per «la responsabilità condivisa di tutto il popolo». Tutti sono all’opera: sacerdoti eartigiani, capifamiglia, donne e giovani. Ogni famiglia deve ricostruire il pezzo di mura assegnato, sempre all’interno di uno sforzo collettivo. Insieme vengono affrontate le paure e le difficoltà, e insieme si trova una composizione anche delle diversità di opinioni. «Noi dunque ricostruimmo le mura, che furono ben consolidate fino a metà altezza, e al popolo stava a cuore il lavoro» (Ne 3,38). Si ama il lavoro che è per l’edificazione e la difesa di una casa comune. Al popolo stava a cuore il lavoro! Commenta il Papa: «È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore». Perché quest’opera di costruzione della città abbia successo è necessario ricostruire i legami prima che sistemare le pietre. L’unità è quella plurale, che non assimila e non impone una uniformità, ma rispetta, coinvolge e coordina ogni persona e comunità nella sua diversità.
Il tema di questa corresponsabilità è talmente decisivo che Tommaso d’Aquino distingue due modi di essere cittadini. Uno è secondario e relativo, e consiste nel fatto che qualcuno abiti in uno Stato o città. L’altro è pieno e assoluto e consiste nel «compiere le funzioni dei cittadini», cioè nel «trattare le cose che interessano la comunità», come partecipare ai consigli ed esprimere giudizi nelle assemblee del popolo. In senso pieno, cittadino è, quindi, chi è coinvolto nella costruzione, difesa e ricostruzione di una società buona, che persegue cioè il bene comune. In questo senso, lo sforzo è quello di trasformare l’abitante in cittadino, passando da una appartenenza passiva a una soggettività corresponsabile e creativa. È il tessuto di questi legami e il lavoro di questa corresponsabilità che rende coeso un popolo. «Popolo è una moltitudine di uomini compresi sotto un certo ordine», scriveva ancora San Tommaso. Dentro un ordine di bene, infatti, «molti uomini formano un solo popolo», e invece «molte pietre [formano] un mucchio». Le nostre città non siano mucchi di individui, ma popoli di persone.
Un esempio luminoso di questa responsabilità condivisa sono le grandi cattedrali gotiche, costruite e decorate in modo differente ma corale, da tutta la comunità cristiana e civile; partecipavano gli umili e i potenti, i santi e i peccatori, gli analfabeti e i dotti, perché la cattedrale è come la casa comune nella quale tutti i credenti erano istruiti nella fede e accompagnati nella vita. La costruzione di una casa comune richiede sempre la partecipazione dell’intera comunità, nella varietà dei legami associativi, delle identità sociali e culturali: delle scuole e delle famiglie, del mondo del lavoro e della cultura, delle istituzioni e delle forze di difesa e dell’ordine.
Un esempio vicino a noi, riguarda proprio questa Basilica di San Saturnino, la cui valorizzazione e fruizione sono concordati tra l’Arcidiocesi di Cagliari e la Direzione regionale Musei nazionali Sardegna nei termini di un protocollo siglato lo scorso 14 settembre.
Dobbiamo scegliere. Siamo chiamati a plasmare questo nostro tempo operando una opzione fondamentale tra l’edificare Babele, dando credito all’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, di una uniformità che appiattisce le differenze, della pretesa di un linguaggio unico (magari digitale), o ricostruire Gerusalemme, mettendo in risalto il valore del lavoro condiviso e scommettendo sulla possibilità di «edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità». I cristiani stanno da questa parte. Sempre chiamati a vigilare perché «il pluralismo non si disperda nel disordine», e chiamati a lavorare insieme «coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi».
È bello ricordare che nell’aprile scorso il Papa ha visitato la Guinea Equatoriale, che ha intrapreso un progetto imponente di costruzione di una città, la nuova capitale del Paese, chiamata Ciudad de la Paz. Può essere il nome di tutti i nostri sforzi?
L’ordine che dà vita a un popolo è il principio del bene comune, che consiste nella «forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno».
In un importante documento-testimonianza, il Card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei latini, che una delegazione di Cagliari ha incontrato proprio la settimana scorsa, osservava che l’attuale crisi, della Terra Santa, e non solo,è caratterizzata, tra le altre, dalla dissoluzione e lacerazione dei tessuti delle relazioni umane, oltre che dalla frammentazione e dalla paura. La crescente polarizzazione in tutti gli ambiti sociali, infatti, porta a chiudersi. «Sempre più ci si rinchiude in gruppi chiusi, in enclavi sociali dove si incontrano solo persone che la pensano allo stesso modo, che parlano lo stesso linguaggio, che condividono le stesse paure. Questa tendenza è ulteriormente rafforzata dagli algoritmi dei social media, che propinano costantemente agli utenti contenuti che confermano le loro preesistenti convinzioni, aumentando l’eco delle proprie posizioni e ampliando i divari di sfiducia, paura e sospetto tra i gruppi». Si cerca nei social media la conferma delle proprie opinioni, piuttosto che qualche vera novità e l’allargamento delleprospettive. La conseguenza è che «si smette di frequentare chi è diverso, chi la pensa diversamente, chi appartiene a un’altra comunità, a un’altra fede, a un’altra fazione politica. Si formano bolle parallele che non comunicano tra loro». Questo giudizio riguarda solo la società della Palestina?
Il tema può essere ripreso a proposito delle recenti manifestazioni di giovani e giovanissimi, e delle reazioni di insegnanti e genitori alle azioni anche di poco più che bambini. Il rischio è che alla concordia si sostituisca una frammentazione per la quale si viva in bolle parallele che non comunicano tra loro e che si definiscono in opposizione alle altre. La bolla, ad esempio,della cultura tradizionalista o di quella woke, dei populismi, dei giovanissimi che abitano il digitale o dei diversi e contrapposti poli ideologici e politici. Dio non voglia che queste bolle si formino anche nella Chiesa.
Dobbiamo aprire queste bolle e liberare chi vi è rinchiuso. Bisogna tornare alla realtà e al gusto della vita sociale reale, della prossimità negli ambienti di lavoro e associativi e nel territorio: il condominio, il quartiere, il comune. Bisogna correre il rischio di parlare con chi non la pensa come noi, accettare il confronto con l’unico desiderio di capire di più. Certo, questo richiede l’abbandono di schemi ideologici.
Diceva il papa in Africa: «Senza incontro non c’è politica; senza l’altro non c’è giustizia». Può il mondo della politica e delle istituzioni dare l’esempio di questa capacità di incontro con l’altro, di condivisione responsabile, senza irenismi e senza demonizzazioni? Sarebbe una bella testimonianza anche per i nostri ragazzi, ai quali vorrei ricordare quanto Leone XIV disse proprio in quella circostanza, ossia che il fattore di trasformazione più potente è il desiderio più profondo del cuore, che non vuole mai distruggere e cerca sempre una possibilità di incontro e di cambiamento: «La saggezza di un popolo, infatti, non si lascia spegnere da nessuna ideologia e davvero il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale».
I nostri ragazzi hanno bisogno della presenza e della testimonianza di adulti per i quali il desiderio di giustizia, diamore e verità, di una vita piena e felice, diventi principio di un cambiamento reale della vita e della società. Alleata di questo desiderio è la gioia, che spinge a incontrare di altri (mentre la chiusura è segno di una tristezza grave o di una rabbia non vinta), la gioia porta a condividere con chi incontriamo un percorso umano e sa tracciare strade anche nei momenti di disagio e di apparente paralisi. I ragazzi hanno bisogno di questa testimonianza adulta.
Ci aiuti Dio, e per intercessione di San Saturnino benedica i nostri sforzi a favore di questa amata città.
