
Si è conclusa nella Basilica di San Saturnino a Cagliari la celebrazione dei Primi Vespri della solennità del patrono della città, presieduta questo pomeriggio, giovedì 29 ottobre, dall’Arcivescovo Monsignor Giuseppe Baturi. Nel corso della liturgia, alla vigilia della festa, il presule ha pronunciato il tradizionale Messaggio alla Città, rivolgendo un appello alla responsabilità collettiva, al dialogo e alla necessità di ricostruire quei legami sociali che le divisioni e le contrapposizioni rischiano di compromettere.
Una riflessione che, partendo dalla testimonianza del martire Saturnino e dalle pagine bibliche, ha affrontato alcune delle questioni più attuali della convivenza civile: la frammentazione della società, la polarizzazione del dibattito pubblico, l’influenza dei social media, il rapporto tra generazioni e la responsabilità della politica e delle istituzioni.
«Ricostruire i legami prima che le pietre»
Il punto di partenza del messaggio è stato il richiamo all’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Due immagini bibliche, Babele e Gerusalemme, hanno offerto all’Arcivescovo lo spunto per indicare due modelli contrapposti di società. Babele rappresenta la pretesa di costruire un’unità attraverso l’omologazione, cancellando le differenze e sacrificando la dignità delle persone. Un progetto che richiama anche le persecuzioni dell’Impero romano, nelle quali trovò la morte il giovane Saturnino, quando la ricerca della coesione sociale si tradusse nella repressione della diversità religiosa. Gerusalemme, al contrario, è l’immagine di una città che rinasce grazie alla partecipazione di tutti. La ricostruzione delle sue mura, affidata all’impegno condiviso del popolo, diventa così il simbolo di una comunità fondata sulla corresponsabilità. «Perché quest’opera di costruzione della città abbia successo è necessario ricostruire i legami prima che le pietre», ha sottolineato Monsignor Baturi, ricordando che l’unità autentica «non assimila e non impone una uniformità, ma rispetta, coinvolge e coordina ogni persona e comunità nella sua diversità». Un principio che riguarda direttamente la vita delle città e la partecipazione dei cittadini. Richiamando san Tommaso d’Aquino, l’Arcivescovo ha indicato la necessità di «trasformare l’abitante in cittadino, passando da una appartenenza passiva a una soggettività corresponsabile e creativa». Da qui l’auspicio: «Le nostre città siano non mucchi di individui, ma popoli di persone».
Una società divisa in bolle che non comunicano
Tra i passaggi più incisivi del messaggio, quello dedicato alla crescente polarizzazione della società, che rischia di trasformare le differenze in barriere e di compromettere la possibilità stessa del confronto. L’Arcivescovo ha ripreso una riflessione del cardinale Pierbattista Pizzaballa sulla crisi delle relazioni umane in Terra Santa, segnata dalla frammentazione, dalla paura e dalla tendenza a rinchiudersi in gruppi nei quali si incontrano soltanto persone che condividono le medesime convinzioni. Una dinamica amplificata dagli algoritmi dei social media, che favoriscono la circolazione di contenuti capaci di confermare le opinioni degli utenti, alimentando sfiducia e contrapposizioni. «Questo giudizio riguarda solo la società della Palestina?», ha domandato Monsignor Baturi, invitando a riconoscere gli stessi rischi anche nella realtà italiana e nelle comunità locali. Il riferimento si è fatto particolarmente concreto guardando alle recenti manifestazioni di giovani e giovanissimi e alle reazioni di insegnanti e genitori. Il rischio, ha osservato, è che alla concordia si sostituisca una frammentazione nella quale ciascun gruppo si definisce soprattutto in opposizione agli altri. L’Arcivescovo ha richiamato esplicitamente le contrapposizioni tra cultura tradizionalista e cultura woke, i populismi, il mondo digitale abitato dai giovanissimi e i diversi schieramenti ideologici e politici. Realtà differenti che possono finire per trasformarsi in «bolle parallele che non comunicano tra loro». Di fronte a questa situazione, l’invito è stato netto: «Dobbiamo aprire quelle bolle e liberare chi vi è rinchiuso». Per riuscirci, ha spiegato, occorre recuperare il valore della prossimità e delle relazioni quotidiane, a partire dai luoghi nei quali si costruisce concretamente la vita sociale: il lavoro, le associazioni, il condominio, il quartiere e il comune. «Occorre correre il rischio di parlare con chi non la pensa come noi, accettare il confronto con l’unico desiderio di capire di più. Certo, questo richiede l’abbandono di schemi ideologici».
L’appello alla politica: dare l’esempio del confronto
È proprio su questo terreno che il messaggio ha assunto il carattere di un richiamo diretto alla responsabilità della politica e delle istituzioni, chiamate a testimoniare la possibilità di un confronto autentico anche nella diversità delle posizioni. Riprendendo le parole pronunciate da Leone XIV durante il viaggio in Africa, «Senza incontro non c’è politica; senza l’altro non c’è giustizia», Monsignor Baturi ha rivolto una domanda esplicita a chi è impegnato nella vita pubblica: «Può il mondo della politica e delle istituzioni dare l’esempio di questa capacità di incontro con l’altro, di condivisione responsabile, senza irenismi e senza demonizzazioni?». Un interrogativo che richiama la necessità di superare le logiche dello scontro permanente e di riconoscere nel dialogo, anche tra posizioni differenti, una condizione essenziale per la costruzione del bene comune. Non si tratta di cancellare le differenze o di rinunciare alle proprie convinzioni, ma di evitare che queste diventino motivo di chiusura e di esclusione. La capacità di ascoltare e confrontarsi rappresenta, in questa prospettiva, una responsabilità pubblica e una testimonianza educativa.
I giovani hanno bisogno di adulti credibili
Il riferimento alle recenti manifestazioni giovanili ha aperto una riflessione più ampia sul rapporto tra le generazioni e sulla responsabilità educativa degli adulti. Per l’Arcivescovo, il disagio e le contrapposizioni che attraversano il mondo giovanile non possono essere affrontati soltanto attraverso giudizi o reazioni. Occorre piuttosto interrogarsi sulla qualità della testimonianza offerta dagli adulti e sulla loro capacità di mostrare concretamente che il desiderio di giustizia, di verità e di felicità può diventare una forza di trasformazione sociale. «I nostri ragazzi hanno bisogno della presenza e della testimonianza di adulti per i quali il desiderio di giustizia, di amore e verità, vita piena e felice, diventino principio di un cambiamento reale della vita e della società», ha affermato Monsignor Baturi. Una testimonianza che non può limitarsi alle parole, ma deve tradursi nella disponibilità all’incontro, nella capacità di costruire relazioni e nel coraggio di affrontare insieme le difficoltà. Alleata di questo desiderio, ha ricordato l’Arcivescovo, è la gioia, capace di aprire nuove strade anche nei momenti di disagio e di apparente paralisi.
Il bene comune come responsabilità di tutti
Il messaggio si è così sviluppato attorno a una scelta fondamentale che interpella l’intera comunità cittadina: costruire una società dominata dall’individualismo, dall’omologazione e dalla ricerca del profitto, oppure una città nella quale ciascuno possa contribuire al bene comune. Il riconoscimento della dignità di ogni persona rappresenta il criterio decisivo di questa scelta. Come ha ricordato l’Arcivescovo, «Il volto di una città dipende dal riconoscimento delle dignità di ogni uomo». Una prospettiva che chiama in causa non soltanto le istituzioni, ma anche le realtà associative, le comunità, le famiglie e ogni cittadino. La coesione sociale, infatti, non nasce dall’uniformità, ma dalla capacità di condividere responsabilità e obiettivi, riconoscendo il valore delle differenze.
La benedizione sulla città
Prima della benedizione finale Monsignor Baturi ha affidato Cagliari alla protezione divina attraverso le parole della tradizionale Benedizione sulla città, invocando la vicinanza di Dio sulle famiglie, sui quartieri, sulle comunità, sulle scuole, sugli ospedali e sui luoghi di lavoro. Una preghiera che ha rivolto un’attenzione particolare alle persone più fragili: «Assisti i giovani, i poveri, gli emarginati, che cercano uno spazio di vita e di speranza». L’Arcivescovo ha quindi invocato l’intercessione di Nostra Signora di Bonaria, del patrono san Saturnino e di tutti i testimoni del Vangelo, concludendo con le parole: «Risplenda il tuo volto, o Padre, sulla nostra Chiesa e sulla nostra città, e la tua benedizione ci accompagni nel cammino del tempo verso la patria futura».
Alla vigilia della solennità del patrono, il messaggio dell’Arcivescovo consegna così alla città un invito a ritrovare le ragioni dello stare insieme, superando le divisioni e riconoscendo nella responsabilità condivisa, nell’incontro e nella cura delle relazioni le fondamenta di una comunità più giusta e solidale.
