San Francesco. Primi Vespri nel Transito: omelia di Monsignor Baturi

Il 3 ottobre, ad Assisi, in occasione dell’800° anniversario della morte di San Francesco, si tiene la Solenne Commemorazione “Nel Transito di San Francesco”. La celebrazione dei Primi Vespri, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, è presieduta da Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI. Di seguito il testo della sua omelia.

San Francesco ebbe da Dio una morte coerente con la sua propria, unica e irripetibile vita, come un fiore sbocciato dal terreno di un amore vissuto che non ebbe paura del dolore. Questo nostro tempo ha bisogno che la fede sappia anche, e di nuovo, confrontarsi con il mistero della morte, proprio per svelare il senso della vita. È questa un’impresa possibile solo raccontando il morire dei Santi. Vogliamo, allora, in un’occasione così solenne come quella di questo ottavo centenario, spigolare (cf. Lev 23,22) dai racconti del transito del Santo Patrono d’Italia qualche “segreto” da custodire e annunciare ai fratelli e alle sorelle di oggi.

1. Quando comprende che è giunta la sua ora, Francesco non evita di guardare la morte, «a tutti terribile e odiosa», ma le va «incontro lieto», invitandola anzi «ad essere suo ospite: “Ben venga, mia sorella morte!”» (2Cel 217). Chiama sorella ciò che appare a tutti terribile e dà il benvenuto a ciò che suscita naturalmente orrore.
Quando tutto era iniziato, Francesco aveva sentito il Crocifisso inviarlo a riparare la Chiesa, e da quel momento «il suo cuore si struggeva, come ferito, al ricordo della passione del Signore» (Leg3Com 14). Tutta la novità di vita di Francesco è fluita dalla continua memoria dell’amore di Cristo, che sulla croce manifesta l’autentica e credibile verità di Dio. Comprende, man mano, che il suo cammino può compiersi solo nella libera e lieta conformazione a Cristo, nella condivisione della sua coscienza sulla croce, nella lacerante sofferenza del corpo, nell’amarezza dell’incomprensione e, infine, nella consegna totale nella morte. Il mistero della salvezza dell’uomo è così profondo che vi si può partecipare solo penetrando nell’abissale misteriosità della croce. Il morire di Francesco manifesta il desiderio di una sequela che giunge all’immedesimazione con il Signore. Volle essere deposto nudo sulla nuda terra, come nudo era rimasto all’inizio davanti al Vescovo di Assisi, per «essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, che, povero e dolente e nudo rimase appeso sulla croce» (LegMag 12,4). Muore quando si sono «compiuti in lui tutti i misteri di Cristo» (2Cel 217).
Solo allora si manifesta nella sua carne il miracolo delle stimmate, donate mentre Francesco era in preghiera e «una tenera compassione lo trasformava in Colui che, per eccesso di amore, volle essere crocifisso» (LegCom 69). È questa trasformazione d’amore che si compie nella morte, per la felicità eterna, l’edificazione della Chiesa e la sua perenne missione per gli uomini. «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21).
Questa consegna ci riguarda da vicino. Viviamo in una cultura che rimuove la morte, la nasconde oppure la anticipa e la “gestisce” come un problema da risolvere. Francesco indica un’altra possibilità: guardare in faccia ciò che fa paura e chiamarlo «sorella», senza negarlo e senza fuggirlo. Guardare così è possibile solo se non si è soli. La «sorella morte» non si accoglie con le forze del singolo, ma dentro una relazione, quella con il Crocifisso, che ha attraversato per primo il buio. Per questo, la Chiesa ha da offrire una presenza: stare accanto a chi soffre, senza distogliere lo sguardo e senza avere fretta di chiudere la questione. Tra le braccia aperte del Crocifisso, ogni sofferenza è accolta e redenta.

2. Gli ultimi attimi di Francesco sono una dolcissima affermazione di amore alla vita. Muore cantando. «Trascorse i pochi giorni che gli rimasero in un inno di lode, invitando i suoi compagni dilettissimi a lodare con lui Cristo. […] Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio, e con certi versi, che aveva composto un tempo, le esortava all’amore divino» (2Cel 217). Sulla soglia dell’eternità, il congedo si esprime in un grande e semplice atto di gratitudine per la grandezza della grazia della fede e l’immenso, misterioso, magnifico spettacolo della vita, segno di una generosità divina senza misura. Francesco muore volando «felicemente a Dio» (2Cel 217) perché aveva attraversato la vita come un «felice viandante» che «in ogni opera loda l’Artefice» e «nelle cose belle riconosce la Bellezza Somma» (2Cel 165). È una bellezza che non finisce con la morte ma si compie nell’eternità. Questo sguardo profondo sulla vita e il creato rende davvero lieta la povertà, che non disprezza le cose ma vi riconosce l’orma dell’Amato. È la contemplazione. Francesco muore davvero povero, perché adesso è davvero libero. E canta la bellezza della vita!
Questo canto è anche una lezione di custodia. La stessa gratitudine che fa lodare il Signore «per sora nostra matre terra» fa guardare con rispetto ogni vita, soprattutto quella fragile, che il nostro tempo rischia di giudicare per la sua efficienza. Chi canta sa che la vita è dono e che un dono si custodisce dal suo inizio fino al suo ultimo respiro. Oggi, in un mondo che misura tutto con l’utilità, la lode di Francesco è una radicale profezia: dice che nessuna vita è senza valore, nemmeno quella che si spegne.

3. Francesco muore annunciando il paradiso. «Voglio mandarvi tutti in paradiso». Possiamo parlare di Dio e della vita solo sorprendendo in noi quella fame alla quale Egli è risposta. Jacopone da Todi, in una sua poesia, chiama a cantare gli uomini perché invitati al regno celeste che «comple onne festo ch’el core à bramato» (Lauda 64). Ecco il paradiso: la grande festa che compie ogni gioia che il cuore desidera. In questa dolcezza ultima, che è l’abbraccio di Dio in Cristo, la bellezza, la felicità e la soavità delle creature non vengono dimenticate o contestate, non vanno perdute, ma compiute. È la festa. Proprio perché amiamo la vita, la vogliamo completa nel grande abbraccio che compie ciò che il cuore brama. Torniamo ad annunciare questo compimento ultimo, questa festa eterna che spiega l’inquietudine, il desiderio infinito del cuore umano. La brama inquieta e insaziabile dell’uomo non è una passione inutile.
Annunciare il paradiso, oggi, non significa evadere dalla storia, ma abitarla con una speranza che la rende più umana. Chi sa di essere atteso a una festa così quasi la anticipa dando ospitalità ai poveri, ai malati, a chi non ha più nulla da dare. Questa speranza ci rende “costruttori di pace”: a chi vive in un tempo di polarizzazioni, di paura dell’altro e di guerre, la Chiesa non offre una consolazione astratta, ma la certezza che nessuno è nemico perché a tutti è destinato lo stesso abbraccio. Il paradiso è già un criterio per l’oggi: ci chiede di edificare fin da ora luoghi di riconciliazione, pezzi di mondo in cui ciò che il cuore brama cominci a farsi visibile.

4. Francesco muore in compagnia di fratelli, manifestando a essi il suo amore. Egli «per dimostrare che in tutto era perfetto imitatore di Cristo suo Dio, amò sino alla fine i suoi frati e figli, che aveva amato fin da principio. Fece chiamare tutti i frati presenti nella casa, e cercando di lenire il dolore che dimostravano per la sua morte, li esortò con affetto paterno all’amore di Dio. Si intrattenne a lungo sulla virtù della pazienza e sull’obbligo di osservare la povertà, raccomandando più di ogni altra norma il santo Vangelo. Poi, mentre tutti i frati gli erano attorno, stese la sua destra su di essi e la pose sul capo di ciascuno cominciando dal suo vicario: «“Addio – disse – voi tutti figli miei, vivete nel timore del Signore e conservatevi in esso sempre! E poiché si avvicina l’ora della prova e della tribolazione, beati quelli che persevereranno in ciò che hanno intrapreso! Io infatti mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia”. E benedisse nei presenti anche tutti i frati, ovunque si trovassero nel mondo, e quanti sarebbero venuti dopo di loro sino alla fine dei secoli» (2Cel 216).
La nostra missione è in questa compagnia d’amore. Il morire di Francesco è benedizione per i fratelli.
Nelle sue parole c’è un’intera pastorale: prossimità, custodia, cura. Prossimità, perché Francesco non muore isolato né accudito da lontano: i frati sono attorno a lui, e lui li tocca, uno per uno, posando la mano sul capo di ciascuno. Siamo davanti alla vicinanza che si fa gesto, corpo, presenza, e non solo sentimento. Custodia, perché Francesco affida i fratelli alla grazia di Dio e li tiene nel cuore, anche quelli lontani e quelli che verranno: nessuno resta escluso dalla benedizione. Cura, perché, mentre è lui a morire, pensa al dolore degli altri e cerca di lenirlo. Il morente non è soltanto colui che riceve cure, ma chi continua a prendersi cura.
Questo ci riguarda tutti: dalle comunità parrocchiali alle famiglie, dagli hospice a chi assiste a casa un genitore anziano. Nessuno dovrebbe morire solo e nessuno dovrebbe essere lasciato solo a portare il peso di chi muore. Per questo la Chiesa è chiamata a fermarsi, avvicinarsi e assumersi la responsabilità di quella vita, come il buon samaritano, accanto ai malati, alle famiglie spesso esauste. È lo spazio della cura: i cristiani possono abitarlo con competenza e con tenerezza, perché è lo spazio in cui la fraternità diventa concreta.

5. «Poi disse ai frati: “Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo!”» (2Cel 214). Adesso, in questo tornante confuso e inquieto ma anche meraviglioso e straordinario della storia, nel nostro oggi tocca a noi. C’è stato un incontro, c’è la gioia di una sequela e l’entusiasmo di un compito. Tocca a me e a te. Rispondiamo con semplice radicalità a Cristo e andiamo verso gli uomini per poter trasmettere almeno un po’ della sua luce di verità e del calore della sua misericordia. Così la Chiesa si edifica e si ripara: conformandoci a Cristo, desiderando Dio come nostra vera patria, cantando la magnifica bellezza della vita, animando la fraternità, facendoci compagni del cammino degli uomini.
La consegna di Francesco nasce dal suo morire ed è, per questo, insieme libera ed esigente. Non lascia un programma, ma un esempio da imitare, una direzione: con quel «ve lo insegni Cristo» affida ai frati la fiducia di chi sa di non essere indispensabile e proprio, per questo, li rende responsabili. Muore povero, senza più nulla da trattenere, e ci mostra il «coraggio dell’essenziale», come ci ricorda papa Leone XIV: dinanzi alla morte cade ciò che è accessorio e resta l’amore ricevuto e donato. Chi ha imparato a chiamare «sorella» la morte non teme più ciò che appare ostile. Oggi, in un tempo segnato dalla paura dell’altro, della sofferenza e della fine, ci è chiesto lo stesso coraggio: per amore di Gesù Cristo, trasformare la paura in alleanza e riconoscere un fratello e una sorella in chi muore, in chi è scartato. Questa è la riparazione della Chiesa che Francesco ci affida morendo: ricostruirla ogni giorno nella prossimità, nella custodia e nella cura. Sempre lasciando che la fede in Gesù Cristo trasfiguri il vivere e il morire, l’amare, il lavorare e il soffrire.
Interceda per noi Francesco, «veramente più santo tra i santi, e tra i peccatori come uno di loro» (1Cel 83).

 

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