Venerdì Santo: Passione del Signore

Venerdì Santo «Passione del Signore» 2026

Cattedrale di Cagliari, 3 aprile 2026

1. «Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,33-34). È profonda convinzione della Chiesa quella di esser nata dal dono totale di Cristo, che l’istituzione dell’Eucaristia anticipa e che si realizza in modo compiuto sulla croce. La lettura odierna dell’Ufficio delle letture, tratta dalle Catechesi di san Giovanni Crisostomo, afferma che «è dal suo costato che Cristo ha formato la Chiesa, come dal costato di Adamo fu formata Eva». La Chiesa nasce dal fianco trafitto e aperto del crocifisso (cf. SC, 5. Cf. CCC, 766). Torniamo ogni anno ad adorare la croce come per risalire alla fonte della vita, delle iniziative, della ricchezza della Chiesa, in modo che, guardando il nostro Signore “dormiente”, continuamente impariamo la natura, il compito, la legge della sua esistenza. Se la Chiesa è sgorgata dalla croce, non può avere altra scuola che la croce per comprendere la sua propria vocazione.

2. Davanti al costato aperto di Cristo comprendiamo che la vera fecondità della Chiesa, delle sue persone e comunità, non è data dall’efficacia umana delle sue iniziative, e tanto meno dall’affermazione narcisistica di se stessa, ma solo dalla totalità dell’amore con cui si consegna al Padre per la salvezza del mondo. «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). La fecondità è commisurata all’obbedienza con cui l’amore si consegna in letizia e libertà. Gesù Cristo «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome» (Fil 2,8-9). «Per questo», in ragione a questo amore totale il Padre ha glorificato il Figlio. Non abbiamo altra strada di felicità e salvezza che questa consegna d’amore, sull’esempio di Gesù che «sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). La fedeltà di questo amore accende la luce in ogni possibile notte e attrae gli uomini in ricerca, i semplici. La Chiesa cresce per l’attrattiva della verità e dell’amore.

3. Davanti al fianco aperto di Gesù impariamo conseguentemente la radice e la legge della nostra unità. Ciò che rende uniti non è l’imperio del comando o la convergenza delle idee, ma la condivisione del sentimento e del pensiero di Cristo. San Paolo parla di una «comunione di spirito» che si realizza «con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi». La concordia è frutto di questa comunione del sentire e dell’amore che impedisce la rivalità, frutto invece della vanagloria (del vantarsi di ciò che è vano, futile), e che si afferma come stima vicendevole e ricerca dell’interesse degli altri. Ma dove possiamo imparare e invocare la concordia di questo «medesimo sentire» e «stessa carità»? San Paolo ne indica la fonte: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini, […] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,1-8). L’adorazione della croce ci faccia chiedere gli stessi sentimenti del crocifisso per vivere l’unità, la concordia, l’unanimità fra noi, in famiglia, nelle comunità. Ferire l’unità è come vanificare la grazia della croce, percuotere nuovamente il corpo del crocifisso, vergognarsi dell’umiliazione del Signore.

4. Infine, davanti alla croce, impariamo la carità, la pietà per gli uomini. Il segreto della vita nuova che la croce ci comunica consiste nello «svuotarsi di se stessi» che Gesù ha scelto e incarnato fino alla morte. È il paradosso cristiano che si trovi pienezza e compimento in questo svuotarsi, purché però il cuore si lasci aprire all’amore, riempire da Cristo e dai fratelli. Un cuore svuotato di se stessi è un cuore dilatato. Paolo scrive ai Galati: «Il nostro cuore si è tutto aperto per voi» (2Cor 6, 11) e san Giovanni Crisostomo commenta che «come il calore, così la carità ha la prerogativa di dilatare». E aggiunge: «Chi è amato si muove a suo piacimento nell’intimo del cuore che lo ama» (Omelia 13, 1-2). Per questo stiamo bene, ci sentiamo liberi e a nostro agio solo in compagnia di chi ci ama. Per la stessa ragione ci sentiamo bene sommamente nel cuore dilatato e aperto di Cristo. E noi, la Chiesa sgorgata dal costato aperto di Cristo, non dobbiamo forse con la stessa apertura essere una presenza d’amore per i tanti “cristi” che, in questo mondo frammentato e in guerra, nel quale alla fiducia si sostituisce il sospetto, chiedono aiuto? Sono nelle nostre famiglie e nei quartieri, nelle carceri e negli hospice, nei campi di battaglia e nei barconi nei quali si continua a morire. Sono persone vicine e popoli lontani. Sembra affermarsi nei rapporti personali e tra i popoli una logica di violenza dalla quale ci si difende con una fredda indifferenza, come quella espressa da quei capi a Giuda pentito: «A noi che importa? Pensaci tu!» (Mt 27,4). Ecco, noi vogliamo dire a ogni uomo: «A noi importa di te». Vorremmo esprimere la pietà per ogni uomo, poiché la pietà, che contempliamo sotto la croce in Maria che accoglie sulle ginocchia il Figlio deposto, è il primo modo in cui cominciamo ad accogliere la benedizione del crocifisso e ne fecondiamo la terra.

 

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