Quel Santuario sul colle che accoglie il mare e custodisce la storia della Sardegna

Da circa tre secoli, l’accesso marittimo al porto di Cagliari è dominato dall’immagine di due santuari dedicati alla Vergine di Bonaria e dall’omonimo convento dei Frati Mercedari, situati sul colle calcareo che da essi prende nome. L’arrivo dei padri in Sardegna risale al 1335 quando essi ottengono dal monarca Alfonso IV d’Aragona la parrocchiale di Bon Ayre, borgo fondato nelle prime fasi di conquista dell’isola, insieme al patrocinio reale. Con l’abbandono dell’abitato, la residenza mercedaria rimane unica testimonianza del primo insediamento catalano-aragonese in Sardegna.

Nel 1370, la vicenda dei padri si arricchisce di un memorabile evento: secondo la tradizione, una cassa trasportata dalle onde s’incaglia nel litorale prossimo al convento. Il baule contiene un simulacro ligneo della Vergine, oggetto di grande venerazione da parte della cittadinanza. La scultura trova degna collocazione nel presbiterio della chiesa mercedaria, divenuta il principale santuario mariano della Sardegna.

Poco rimane del complesso medievale dei Frati Mercedari, ad eccezione dell’abside poligonale del vecchio santuario e del soprastante campanile. Il corpo della chiesa, coperto da una volta a botte ogivale, è ricostruito tra la seconda metà del Cinque e il primo Seicento insieme alle cappelle laterali, realizzate da committenti privati. Tra questi, ricordiamo donna Isabella de Alagón y Requesens, vedova del marchese di Villasor don Martino, a cui, nel 1604, i padri cedono i diritti sul presbiterio, eletto a pantheon del casato. Nel museo del santuario di Bonaria, si conservano alcune salme dei de Alagón, rinvenute durante i restauri novecenteschi della sacrestia.

Tra il 1614 e il 1634, i Frati Mercedari ricostruiscono il convento, affidandosi ai migliori maestri di Cagliari; svolgono un ruolo importante anche l’artista lombardo Antonio Zelpi, già autore della cripta dei Santi Martiri nella cattedrale cagliaritana, e il maiorchino Domenico Moraguas. Tra le opere principali, ricordiamo lo scalone monumentale e il “paso de la obra del Rey”, così citato nelle fonti, un’ala coperta con un ampio padiglione, destinata ad accogliere il monarca e i viceré al primo approdo in città.

Il prestigio crescente del convento spinge i padri a intraprendere nuove, grandiose opere. Nel 1704, si inaugura la fabbrica del nuovo santuario, diretta da maestranze genovesi e lombarde, che comporta il sacrificio delle cappelle sul fronte destro della vecchia chiesa. La fabbrica si arresta, però, intorno al 1716, a causa della Guerra di Successione al trono di Spagna e dell’imminente invasione dell’esercito spagnolo. Vani sono i tentativi di ripresa dei lavori nonostante il sostegno della monarchia sabauda, a cui, nel 1720, è assegnato il Regno di Sardegna. L’entusiasmo generale è testimoniato dalla commissione di uno grande modello ligneo, raffigurante il nuovo santuario, secondo il progetto dell’ingegnere Antonio Felice de Vincenti. L’opera, tuttavia, non ha seguito; così come la successiva proposta dell’architetto Giuseppe Viana, risalente al 1778.

Soltanto nel 1908, dopo l’incoronazione della Vergine di Bonaria a patrona della Sardegna, la fabbrica può riprendere il suo corso, sotto le direttive dell’ingegnere Riccardo Simonetti e il supporto tecnico dello Studio Giovanni Antonio Porcheddu: la copertura della chiesa è una delle prime applicazioni del calcestruzzo armato in Sardegna. Lo stesso Simonetti disegna i decori interni, realizzati tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento, momento in cui la chiesa è elevata al rango di basilica minore.

Prof. Marcello Schirru

Professore Associato di Storia dell’Architettura
Università degli Studi di Cagliari
Facoltà di Ingegneria e Architettura
Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura (DICAAR)

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