Epifania del Signore
Cattedrale di Cagliari, 6 gennaio 2026
«Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (Mt 2,10-11).
A provare la gioia grandissima nel vedere la stella, a prostrarsi in adorazione davanti al bambino Gesù, riconosciuto come Re e Dio, sono persone provenienti dall’Oriente, sapienti che non appartengono al popolo eletto d’Israele e non conoscono le Sacre Scritture. Hanno seguito un segno nel cielo, decidendo di affrontare il rischio di un viaggio pieno di incognite, mossi solo dalla certezza di quella luce accesa nel buio della notte. L’adorazione dei magi, che la lettura popolare vuole rappresentanti di diverse età, culture e continenti, è come un pegno dell’obbedienza della fede dei popoli del mondo intero. San Leone Magno può perciò predicare: «Tutti i popoli, rappresentati dai tre magi, adorino il Creatore dell’universo, e Dio sia conosciuto non nella Giudea soltanto, ma in tutta la terra, perché ovunque in Israele sia grande il suo nome». Il bambino di Betlemme è nato per tutti i popoli, di tutte le lingue e culture, è nato per ogni uomo. D’altra parte la consegna definitiva alla Chiesa, da parte del Signore risorto, non è forse proprio questa: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).
Se la stella attira questi magi è perché in loro, come in ciascun uomo, c’è un’attesa, un desiderio, una ricerca che solo nell’incontro con il Verbo fatto carne può trovare spiegazione e compimento. La Chiesa è chiamata incessantemente, come Maria, ad offrire all’adorazione degli uomini il Signore Gesù, nella certezza che per lui è nato, trova senso e felicità ogni uomo. «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16). A chi annunciare e testimoniare la fede come esperienza di «gioia grandissima»? Semplicemente, a tutti. La fede è per gli uomini che incontriamo, tra i quali viviamo e lavoriamo, per gli uomini ai quali siamo inviati. Nessuna preclusione o esclusione, nessuna rinuncia è ragionevole. La fede nel Verbo fatto carne implica anche la fede nell’uomo, nel suo cuore, in quell’immagine e somiglianza di Dio (cf. Gn 1,26) iscritte in modo radicale nel suo essere e che possono risvegliarsi nell’incontro con la stella di una testimonianza, di una parola, di una compagnia. È l’esperienza di lieta sorpresa che ogni volta si rinnova incontrando i catecumeni che chiedono il battesimo, o le comunità di immigrati presenti in città, o ascoltando le storie dei fratelli ristretti nel carcere. Sono storie di inquietudini, di attese, di speranze che si chiarificano nell’incontro con qualche “stella” che parli di quel bambino tra noi. La fede nel Figlio che «si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo» è anche fede, cioè fiducia, nell’uomo, al quale in qualche modo il Verbo si è unito. Il nostro annuncio deve essere così essenziale da raggiungere il cuore, questo nucleo profondo che unifica la persona, centro del desiderio, del pensiero e luogo in cui prendono forma le decisioni importanti. Ma noi sappiamo parlare al cuore degli uomini? Insegna Leone XIV, parlando della preparazione della Pasqua del Signore: «Ancor prima che ci rendiamo conto di avere bisogno di accoglienza, il Signore ha già preparato per noi uno spazio dove riconoscerci e sentirci suoi amici. Questo luogo è, in fondo, il nostro cuore: una “stanza” che può sembrare vuota, ma che attende solo di essere riconosciuta, colmata e custodita». Il Signore ci precede preparando nel cuore degli uomini una “stanza” per accoglierlo. Ma domanda la nostra collaborazione: «È Lui che ha pensato tutto, disposto tutto, deciso tutto. Tuttavia, chiede ai suoi amici di fare la loro parte. Questo ci insegna qualcosa di essenziale per la nostra vita spirituale: la grazia non elimina la nostra libertà, ma la risveglia. Il dono di Dio non annulla la nostra responsabilità, ma la rende feconda» (Udienza 6.8.2025). La “stanza” del cuore è preparata da Dio, a noi spetta custodirla e risvegliarla, dialogando con i desideri, le ragioni, le decisioni più importanti degli uomini. Credere nel Dio fatto uomo è anche credere nell’uomo chiamato ad essere come Dio.
Senza impegnare il cuore potremmo anche correre il rischio di entrare in quella casa ma senza «gioia grandissima», di prostrarci davanti al bambino ma senza adorarlo, cioè senza amarlo come il senso, la bontà, la bellezza, la verità della vita. Se non riguarda questo intimo centro della persona, la fede, anche per noi “praticanti”, può restare staccata dalla vita vera, dagli interessi, dal modo in cui pensiamo il futuro, la felicità, gli affetti, il matrimonio e i figli, il lavoro e l’impegno sociale, la malattia e la morte. Il Signore ci chiama ad adorarlo e possiamo seriamente farlo solo amandolo come il tutto della vita, «la roccia del mio cuore» (Sl 73). Il rischio è di una fede ridotta a un’ispirazione vaga o a un’adesione formale, ma senza incidenza sul pensiero, sui sentimenti e le scelte, senza gioia e senza radicamento in questo centro pulsante della persona. Seguendo la stella, apriamo il nostro cuore al bambino Gesù per vivere quella «gioia grandissima» che è senza fine e dentro ogni circostanza.
L’adorazione è atto personale ma non individualistico, non isolato dalla comunità. I magi vanno insieme e trovano Gesù in una casa con Maria sua madre. Adorano in comunione con quanti cercano e attendono con quanti guardano con amore Gesù. Insegna il Concilio Vaticano II che «Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia agli occhi di tutti e di ciascuno, il sacramento visibile di questa unità salvifica» (LG 9). Annunciare il vangelo è possibile in questa unità di fraternità e pace, che possiamo offrire agli uomini come casa accogliente e compagnia affidabile e fedele. È la compagnia di coloro che sono uniti a coloro che cercano e che guardano con fede a Gesù.
Nel sesto anniversario della mia consacrazione episcopale, ben consapevole della grazia che mi è stata data e dell’amara insufficienza della mia persona, auguro alla nostra Chiesa di Cagliari di saper annunciare, con nuovo slancio ed entusiasmo sincero, al cuore di tutti gli uomini il Salvatore, Cristo Signore; di adorare la sua dolce presenza tra noi come la “roccia” del cuore; di poter vivere la gioia della comunione vera, credibile segno di salvezza. Siamo persone piccole e deboli, mancanti e inadeguate, ma abbiamo avuto la grazia di vedere una stella, di adorare un bambino, di appartenere a questo popolo che guarda con fede a Gesù.
