
Domenica fra l’Ottava di Natale – Santa Famiglia di Gesù Maria e Giuseppe
Rito di chiusura dell’Anno Giubilare
Basilica di N.S. di Bonaria, Domenica 28 dicembre 2025
1. Il Prefazio di Natale canta la meraviglia di questi giorni:
Nel mistero del Verbo incarnato
è apparsa agli occhi della nostra mente
la luce nuova del tuo fulgore,
perché conoscendo Dio visibilmente,
per mezzo di lui siamo conquistati
all’amore delle realtà invisibili.
Il mistero di Dio è apparso agli occhi della nostra mente come luce. Per comprendere la grandezza di questo “evento” occorre guardare proprio Giuseppe e Maria. Tutta la riflessione su Dio e la storia del suo rapporto col popolo, la memoria dei gesti di salvezza come le profezie dell’avvento del Salvatore, tutto ora si condensa in quel bambino affidato alle loro cure, che possono (devono) contemplare e amare, sfamare e offrire all’adorazione dei pastori, custodire, mettere in salvo, per poi introdurre nella società degli uomini attraverso l’educazione e il lavoro. Quel bambino era la ragione, è la ragione per cui fuggono in Egitto, tornano in terra d’Israele, si insediano a Nazaret (cf. Mt 2,13-15.19-23). La luce di Dio ora splende ai loro occhi in modo concreto, puntuale, storico e ha il volto di un bambino.
Il motivo di questa stupefacente manifestazione? Per imparare, dalla luce che colpisce gli occhi e la mente, a riconoscere e amare Dio, e in lui, la verità nostra, nel mondo e della storia. È l’itinerario mai compiuto della fede: amare il mistero profondissimo di Dio a partire da ciò che si conosce visibilmente. Non occorre più interrogare il cielo e la terra, serve accogliere e adorare l’umanità di un bambino tra noi. È possibile conoscere e amare le cose essenziali, senza le quali il nostro passaggio sulla terra rimane enigmatico e senza soluzione, seguendo le tracce di quella luce nuova che ci illumina e ci fa vedere l’interezza della realtà.
2. «Maria da parte sua custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Vogliamo oggi, proprio in questa casa di Maria, anche noi custodire nel cuore e meditare nella preghiera quel che abbiamo vissuto in questo Anno Santo per alzare lo sguardo a Colui che di tutto è stato il vero protagonista. Non vorremmo cadere nel rischio di dimenticare i fatti o di disperdere il senso di un anno di straordinaria intensità per noi e per la Chiesa intera.
«E rendete grazie!» (Col 3,15). La parola dell’Apostolo si spiega perché tutto è dato, donato. Sì, quel che abbiamo vissuto quest’anno è grazia, dono del Dio misericordioso. Tre dimensioni vorrei soprattutto menzionare.
I pellegrinaggi. Sono stati tanti, sia comunitari (molti dei quali parrocchiali) che personali e familiari, affrontati spesso in condizioni difficili. Insieme al pellegrinaggio diocesano al santuario mariano di Uta e a quello di Roma, come non ricordare quello degli adolescenti e dei giovani, il pellegrinaggio dei malati di SLA e dei loro familiari e, ultimo, quello delle persone del sistema penitenziario? E quanti altri pellegrinaggi nelle chiese giubilari qui in diocesi! Particolarmente consolanti sono stati i diversi pellegrinaggi vicariali o foraniali, nei quali l’unico Popolo di Dio si è messo in cammino nella comunione delle diverse comunità parrocchiali, associative e religiose. Abbiamo imparato che la Chiesa è sempre in pellegrinaggio, verso la pienezza di vita che non ha ancora ma che già pregusta, ed è in cammino perché “conquistata” dalla speranza di Cristo. È la speranza che ci mette in cammino, insieme, verso Cristo e verso l’uomo.
Le opere giubilari di misericordia. Tanta la generosità per la loro realizzazione. Proprio ieri è stata inaugurata a Cagliari la Casa S. Anna per le donne fragili, e poi l’aiuto alle donne che attendono la nascita di una nuova vita, il riscatto di persone condannate a pene detentive grazie al lavoro e all’inserimento in contesti ecclesiali, il microcredito… I segni giubilari sono i segni di una carità che rimane! La misericordia, d’altra parte, è già il modo in cui il futuro che speriamo si inserisce nel nostro presente per plasmarlo, per renderlo più conforme, più degno e dolce come un raggio di luce del paradiso.
Il perdono, che trova nell’indulgenza una sua peculiare e grande espressione. Quanti nelle chiese giubilari e nei grandi raduni romani hanno chiesto il perdono! Ho visto tante persone piangere di gioia per un perdono lungamente atteso. La nostra è una società che acuisce i sensi di colpa ma non sa guardare più con dolore al peccato perché non conosce l’amore gratuito. Che esperienza di libertà è, invece, il perdono che riscatta il futuro dal peso del passato e dal carico insopportabile della nostra debolezza! Come costruire una giusta relazione tra amici, coniugi, in famiglia, o nella società degli uomini, senza la coscienza del nostro limite, e senza la speranza di un amore totale che tutto riscatta? Perdonati, possiamo guardare l’uomo crocifisso e, in forza del perdono, ripetere che la sua grazia non è stata vana (cf. 1Cor 15,10).
3. E ora? Dio decide a cosa dar frutto nel futuro. Siamo certi che nella sua sapienza, saprà dar effetto a quanto di buono abbiamo pensato, detto, fatto in questo tempo, Lui che conosce ogni voce (cf. Sap 1,7). Vorrei comunque tentare di indicare alcuni punti. Nei tanti dialoghi di quest’anno abbiamo nuovamente percepito l’attesa e il desiderio degli uomini di un nuovo incontro con Dio. Spetta a noi porre con coraggio e umiltà la questione ineludibile di Dio, nell’incontro col quale l’uomo realizza la propria altissima vocazione, come ha spiegato il Papa recentemente: «L’esistenza dell’uomo punta al di là di sé, cerca al di là di sé, desidera al di là di sé ed è inquieta finché non riposa in Dio: Deus enim solus satiat, Dio solo soddisfa l’uomo! Solo Dio, nella sua infinità, può soddisfare l’infinito desiderio del cuore umano, e per questo il Figlio di Dio ha voluto diventare nostro fratello e redentore» (In unitate fidei, n. 7). La piena umanizzazione ha bisogno di una vera divinizzazione. Non esitiamo a parlare di Dio, ma facciamolo sempre in relazione alle attese e agli interrogativi dell’uomo.
Questo cammino di umanizzazione e divinizzazione riaccade quando sappiamo sempre ri-tornare al cuore pulsante della fede che non è una dottrina o una morale, ma è Gesù Cristo, la sua persona divina e umana, la sua presenza come Figlio di Dio nel nostro oggi e sempre. La centralità di Gesù Cristo ci spinge a farci fratelli, amici, servitori degli uomini, perché non c’è altra strada per accedere al cuore di Dio che accogliere la misericordia incarnata del suo Figlio. Ha scritto un fratello detenuto in carcere: «Qui dentro la fede vacilla spesso. A volte si pensa di farla finita perché da quel pozzo, mai nessuno ti aiuterà a uscire. Poi però c’è qualcosa che cambia la prospettiva. Frequentando la Cappella del Carcere e il Sinodo ti accorgi dell’umanità e della fraternità sia tra i detenuti che di quella espressa dai rappresentanti della Chiesa e dai volontari che ogni settimana, con la loro sola presenza, ci dimostrano che “gli ultimi” non sono dimenticati proprio da tutti». Ecco la centralità di Cristo: la fraternità e la misericordia (“umanità”) che Egli dona accadono in ogni “pozzo” e allora cambia la prospettiva. Ciò che cambia la prospettiva del vivere non si conquista, semplicemente accade nell’incontro con testimoni credibili, con persone prese dall’amore di Cristo!
Abbiamo sperimentato fatti importanti di unità della Chiesa e preghiamo perché siano di sempre. La concordia del cammino manifesta l’unità e la gioia della fede che non si possiede (ciò che si crede di possedere normalmente divide), ma si accoglie, si custodisce e trasmette. Papa Leone ha parlato di «un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disgregazione. La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente aut-aut, bensì un legame coinvolgente, un et–et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio» (In unitate fidei, n. 12). Che questa dinamica dello Spirito, di unità nella molteplicità, di legami non escludenti ma coinvolgimenti, si consolidi come il volto più bello della nostra Chiesa che anche in questo è chiamata ad essere profezia in una realtà sociale, come la nostra, in cui la vita spesso scorre su diversi piani che non riescono a comunicare tra loro. Siamo chiamati ad essere segno e strumento di una vera unità di popolo.
Carissimi, quasi a metà dell’Anno Giubilare, sia nel congedo di papa Francesco che nel primo saluto di papa Leone a Roma e al Mondo abbiamo sentito lo stesso annuncio di Cristo Risorto e la stessa lieta notizia della sua pace. È il Risorto che guida la sua Chiesa e non la lascia mai sola; è Lui che ci ha chiamati a metterci in cammino e ci è stato compagno di viaggio e guida; ha attraversato con noi la “porta” della speranza vincendo le nostre esitazioni, la tristezza e la disperazione; ha suscitato il desiderio del perdono più grande, insieme al vero dolore del male; è Lui che ancora ha posto nel cuore di ciascuno la volontà di partecipare alla grande misericordia del Padre per la salvezza dei nostri fratelli uomini, col desiderio di essere ponti di pace per gli uomini in guerra.
A Maria, N.S. di Bonaria, Madre di Cristo, vera luce del mondo, affidiamo le nostre persone e le nostre speranze, affidiamo la nostra Chiesa di Cagliari, consegniamo fiduciosi i fatti e gli incontri di quest’anno perché tutto possa fiorire per l’eternità. Che nulla vada perduto.
